Viaggio nella storia al Teatro dei Vigilanti

Questi primi giorni di maggio ci danno l’opportunità di conoscere più da vicino un pezzo della nostra storia, che pure ritenevamo non potesse nascondere segreti tanto affascinanti.

Forse perché, a volte, l’ignoranza è tale da precludere persino la consapevolezza di sé.

Sappiamo che la storia che questo piccolo lembo di terra di mar Tirreno porta con sé va ben oltre le sue limitate dimensioni, ed avvertiamo intuitivamente quanto ancora sia lunga la strada che potrà condurci infine a sfiorare l’essenza del suo patrimonio. Tuttavia, non ci aspettavamo che, alle vicende del Teatro dei Vigilanti, fossero connessi elementi tali da farci scoprire, in uno spazio così angusto, il fil rouge che congiunge quattro secoli di storia portoferraiese fino a riguardare l’Elba intera, e che si intreccia persino con le sorti d’Europa.

Il 6 maggio, per coloro che hanno scelto di seguire la visita guidata al Teatro dei Vigilanti – o forse, per coloro che erano a conoscenza di questo appuntamento – è stato senza dubbio un giorno da ricordare, perché nel ricordo si sedimenta quella memoria che diventa parte della nostra esperienza.

L’occasione, dicevamo, è stata la prima delle manifestazioni organizzate per le giornate napoleoniche. Ciceroni appassionati e competenti il direttore della Biblioteca Foresiana il professor Battaglini e l’architetto Balestrini, che ha preso parte al restauro del teatro.

Veniamo alla storia. L’edificio che attualmente accoglie più che degnamente I Vigilanti, fu costruito a proprie spese nel 1618 dall’allora governatore di Portoferraio, Orazio Borbone di Sorbello, ed adibito a cappella prima e a chiesa poi. La sua collocazione era funzionale all’omonimo ospedale, inaugurato nel 1620 e principalmente riservato ai militari che costituivano la parte numericamente più cospicua della popolazione dell’antica città di Cosimo. Nella “Relazione sopra l’Ospedale di Porto Ferrajo”, redatta dallo stesso Borbone di Sorbello, si sosteneva tuttavia che “sebbene inizialmente fabbricato per soldati, non si ributtavano gli altri malati”. La chiesa del Carmine rimase tale fino ai primi anni del 1800, quando venne sconsacrata per essere utilizzata a fini bellici. Di notevole valore estetico, venne riprodotta in numerosi dipinti, e gran parte dei suoi arredi originari si trovano oggi distribuiti nelle altre chiese del capoluogo elbano (lo stesso altare destro del Duomo, verosimilmente).

Merita una digressione la storia relativa ad un’altra chiesa, peraltro vicina a quella del Carmine, e fatta edificare da Cosimo de’ Medici dentro al centro De Laugier: al suo interno si trovava un dipinto raffigurante una pietà di pregio, trasferita successivamente purtroppo dallo stesso Cosimo a Firenze, dove si trova oggi anche il busto del granduca scolpito dal Cellini, originariamente esposto al Forte Stella.

L’origine del De Laugier si deve, infine, ad un importante progetto dello stesso Cosimo: l’istituzione di un ordine militare marittimo analogo a quello di Malta. Il progetto fu poi abbandonato e l’edificio usato come convento francescano.

La chiesa del Carmine, dal canto suo, non è stata testimone di eventi particolari nel corso della propria storia, ad eccezione di uno che ha invece profondamente segnato il corso dell’Isola d’Elba. Ci arriviamo per gradi.

Alla fine del ‘700, l’isola era suddivisa politicamente in tre Stati: Portoferraio era possedimento del Granduca di Toscana; Porto Longone, dopo essere stato costruito e fortificato dagli Spagnoli, fu conquistato dal Regno di Napoli, di cui divenne avamposto settentrionale; mentre il resto dell’Elba era parte del Principato di Piombino.

I Francesi, nella guerra che li opponeva agli Inglesi, si volsero alla sua conquista ma incontrarono sul loro cammino una Portoferraio indomabile. Dopo 10 mesi d’assedio, fu solo il trattato di pace di Amiens del 1802 tra Francia e Inghilterra, che aveva contenuti ben più articolati, a deciderne le sorti.

A questo punto della narrazione, peraltro incantatrice, ci risulta che sia stata riportato un fatto in maniera non esatta, abbinato per di più ad un evento dalle caratteristiche simili in quanto, per qualche misteriosa affinità, anch’esso distorto. Le due “negazioni” paradossalmente affermano vicendevolmente la natura del lapsus. La prima, attinente a quanto raccontiamo: con la Pace di Amiens, Francia e Inghilterra si sarebbero spartite le due roccaforti del Mar Mediterraneo, l’Elba e Malta. Ebbene, da una veloce e superficiale ricerca su internet, ci risulta che in realtà la seconda avrebbe dovuto proprio dagli Inglesi, secondo il trattato, essere restituita all’Ordine di Malta. Ciò in effetti non fu, ma non si può affermare – almeno non sulla base delle notizie che abbiamo – che l’accordo fosse nei termini che ci sono stati raccontati.

Per quanto riguarda l’analogia, è stato fatto l’accostamento con un’altra “famigerata” spartizione, quella avvenuta, secondo un luogo comune, in seno alla Conferenza di Yalta nel 1945. Riteniamo non sia questo lo spazio idoneo ad affrontare compiutamente l’”equivoco”, invitiamo comunque, chi fosse interessato, ad andare a leggersi la Dichiarazione sull’Europa Liberata, contenuta nel documento finale della Conferenza e sottoscritto da Roosevelt, Churchill e Stalin, per verificare che “qualora essa fosse stata rispettata integralmente, anche prescindendo dai problemi di sicurezza e influenza politica che potevano condizionarla, essa avrebbe costituito la base per la nascita in Europa, e specialmente nell’Europa balcanica, che usciva dall’esperienza di regimi quasi sempre autoritari, dittatoriali, militari o di dubbio carattere democratico, di una serie di regimi politici coerenti con i principi della Carta atlantica, cioè il pluralismo concepito secondo il pensiero politico anglosassone. Lungi dall’essere una concessione e un segno di debolezza, la dichiarazione rappresentava un presupposto e un parametro” (E. Di Nolfo, 1999, pp. 547-548).

Una lettura degli avvenimenti storici in funzione del presente è rischiosa e spesso foriera di interpretazioni preconcette.

Ad ogni buon conto, i Francesi compirono l’unificazione amministrativa dell’isola e vi impressero la loro impronta. L’intera organizzazione pubblica venne ristrutturata all’insegna dei nuovi precetti emersi dalla Rivoluzione francese e dell’efficientismo napoleonico.

L’Isola d’Elba fu investita “dal vento della modernità”, lasciandosi l’Ancien Regime alle proprie spalle, diventando parte integrante dei territori metropolitani francesi, con un proprio deputato all’Assemblea Nazionale, insieme a Capraia e alle dipendenze, separandosi dalla Toscana, divenuta Regno d’Etruria.

Fin dal 1802, l’Elba venne retta da un commissario generale, il Prefetto francese Joseph Brio, il quale era animato da sentimenti autonomisti ed era deciso segnare e valorizzare il territorio che gli era stato assegnato. Nel 1803, dunque, chiamò a raccolta nella chiesa del Carmine i personaggi di spicco ed i grandi elettori elbani per illustrare i contenuti del decreto che concretamente attuava l’unità amministrativa dell’isola e ne caratterizzava il nuovo modello organizzativo. Possiamo quindi affermare che la chiesa del Carmine, oggi teatro dei Vigilanti, è stata testimone del primo grande progetto di emancipazione della nostra isola.

Quando Napoleone, nel 1814, giunse da esiliato, seppure conservando il titolo imperiale, era perfettamente a conoscenza e dell’Isola d’Elba e delle sue peculiari caratteristiche, essendone stato informato quando ancora “soggiogava le genti di tutt’Europa”.

Con l’arrivo di Napoleone, la chiesa del Carmine, già sconsacrata, cambia volto. Infatti, l’originario teatro portoferraiese si trovava all’interno di quella che divenne la residenza napoleonica dei Mulini e venne assorbito nella reggia.

L’Accademia dei Fortunati, il circolo che raggruppava il gruppo di appassionati di teatro dell’epoca, chiese all’imperatore un nuovo spazio teatrale e, come era sua abitudine, Napoleone riuscì a passare in brevissimo tempo dalle parole (luglio 1814) ai fatti (gennaio 1815). Luogo prescelto fu l’edificio del Carmine. Il 22 gennaio, secondo la testimonianza di una spia al soldo dei Borbone (con suo grande scorno, ritenendo intollerabile la perdita estetica che ne era scaturita), venne data la prima festa da ballo nel nuovo teatro.

L’anima delle tre costruzioni tuttavia persiste nel teatro, essendo questo praticamente “incastonato” nella chiesa originaria, di cui si possono ancora vedere le colonne ai lati, e trovandosi l’abside ancora perfettamente conservata sotto al palcoscenico.

Il teatro peraltro era diverso da come lo conosciamo oggi, se si eccettuano alcuni elementi: i palchi erano verticali e non stondati, cosa che rendeva difficile la visuale, aveva scarne decorazioni e sopra il loggione si trovava un altro arco di palchi. Ottima era l’acustica, allora come oggi. La povertà degli arredi era inevitabile date le scarse risorse economiche di cui era dotato Napoleone, che reperì il denaro necessario alla costruzione del teatro obbligando i notabili portoferraiesi all’acquisto dei palchi.

Ciò che è invece rimasto dai tempi della sua fondazione sono il sipario, dipinto dal pittore di corte di Napoleone Vincenzo Antonio Revelli. E’ stato recuperato nella Villa dei Mulini ripiegato e quindi rovinato nei punti di piegatura ed è stato recentemente restaurato ad opera delle Belle Arti di Pisa. Raffigura un’immagine bucolica con una rappresentazione di Napoleone nelle vesti di Apollo, ad indicare forse una disposizione alla tranquillità agreste che in realtà non fu mai propria dell’imperatore còrso.

Altro elemento, se non coevo a Napoleone, almeno risalente all’Ottocento è il soffitto a volta, che è stato riscoperto durante i recenti lavori di restauro. Sono dell’epoca anche i sostegni in castagno che sorreggono il soffitto.

Alla partenza di Napoleone il teatro continuò a brillare, l’Accademia dei Fortunati mutò nome in Accademia dei Vigilanti, di cui fu emblema l’affresco che riproduce un gallo – e l’iscrizione che gli fa da didascalia (ad quod expedit advigilat) – che vigila sugli avvenimenti importanti.

Altro fattore di grande interesse, almeno simbolico, è il dipinto che riproduce la Fortuna fregiata della bandiera elbana e seduta su un globo galleggiante, forse raffigurante l’Elba.

Solo agli inizi del Novecento, a causa della crisi economica e politica che aveva investito l’Europa, il teatro venne praticamente abbandonato, fino a rinascere intorno agli anni Trenta, come sede di feste, balli e veglioni. Dopo la guerra fu trasformato in cinematografo e tale rimase fino a quando fu chiuso, in seguito all’apertura del cinema Astra, il 6 gennaio del ’52.

L’opera di restauro è stata eseguita con lo spirito di mantenerne le varie caratterizzazioni che si sono succedute nel tempo, deviando da una ricostruzione in linea con l’originale napoleonico, ma senz’altro più rispettoso della storia e della tradizione degli elbani che lo hanno vissuto e ci si sono divertiti, tramandandone quindi intatta l’eredità. Adesso è nuovamente il nostro teatro e infinite emozioni ci regala ancora.

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Photo courtesy: Elbareport

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