San Piero e il suo granito

Sin dal periodo più buio della preistoria, per gli abitanti sud occidentali dell’Elba, il granito è stato l’elemento caratterizzante della loro cultura ed anche, nel corso successivo dei secoli, importante fonte economica. Buona parte degli utensili dei primi abitatori della nostra zona, rozzi raschiatoi per le pelli, pistelli per i mortai, macine di vecchissimi mulini rinvenuti intorno al Capanne erano di tale pietra come lo erano i monoliti sacri dei Sassi Ritti, del monte Cenno e del monte Tambone.
Le antiche tombe villanoviane della Piana La Sughera erano formate da rozzi muretti a secco interrati e ricoperti da sottili lastre di granito e le fortezze di altura, prima etrusche e poi romane delle Mura, Castiglione di Campo e monte Castello sono formate da enormi blocchi della pietra suddetta. Ma è con il periodo romano che se ne ha un vero e proprio sfruttamento commerciale. Colonne della nostra pietra fanno bella mostra di sé in importanti edifici romani quali il Pantheon ed il Colosseo, nelle due antiche basiliche paleocristiane di San Giovanni in Laterano, e San Paolo fuori le mura: probabilmente esse facevano parte di altri edifici pagani e riutilizzate successivamente come materiali di recupero.

Interessante era il sistema di caricamento delle colonne sulle navi da trasporto: venivano scavati dei fossati sulle spiagge vicino ai luoghi di lavorazione, vi si facevano entrare le navi e le colonne si caricavano lateralmente senza doverle sollevare.

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Questi flussi commerciali durarono sino alla fine dell’Impero romano d’Occidente, quando anche per la nostra isola dal V secolo sino al IX inizia un periodo di decadenza dovuto alle invasioni barbariche. Nonostante ciò, sembra che in questo periodo siano stati costruiti, con un unico monolite di circa 6 metri di diametro il tetto della tomba di Teodorico a Ravenna e le 18 colonne che si trovano nella cappella Palatina di Aquisgrana.

Dall’XI al XV secolo, durante la denominazione pisana vi fu una grande ripresa commerciale della lavorazione del granito. Nel 1047 Pabate Bono dice che partirono da Seccheto per Pisa molte colonne e che alcune di esse sono in San Michele in Borgo. Ughelli afferma in “Annalium de rebus pisanorum ab anno 947 ad annum 1170”, che furono costruite 3 colonne di granito elbano per l’opera della chiesa di San Giovanni in Pisa e che vi furono trasportate da Cionetto Cionetti e Arrigo Lancellotti.

Nel 1587 si ha notizia di una commessa di 4 colonne per una spesa di 520 scudi per il duomo di Pisa. È certo che Pietro Tacca abbia visionato le nostre cave alla ricerca della pietra giusta per la costruzione delle famose tazze (vasche) per il giardino di Boboli a Firenza. Probabilmente è a questa epoca che va collocata la costruzione rimasta incompiuta, di una vasca a foggia di nave romana da altri indicato, a nostro modesto avviso erroneamente come manufatto di epoca romana. Nel 1765, il manoscritto Benassi, conservato nell’archivio segreto del Vaticano, ci dà notizia di notevoli quantità di manufatti di granito inviati a Caserta per la erigenda reggia, opera del Vanvitelli.

Nella seconda metà del 1800, due fratelli fiorentini, Iacopo e Paolo Toscanelli iniziarono lo sfruttamento quasi industriale delle nostre cave. Con l’Unità d’Italia importanti furono le realizzazioni di strade, piazze, monumenti e porti ed il ciglio, lastricati, basamenti per monumenti della nostra pietra furono richiestissimi.

Dagli inizi del ‘900 sino alla prima guerra mondiale, una famiglia tedesca, gli Zimmer, continuarono nello sfruttamento industriale. Nel 1922 subentrò la Società SAGE di Firenze che attuò una vera e propria rivoluzione nella lavorazione, modernizzando le cave, installando compressori con martelli pneumatici, ferrovie con vagoncini, il tutto alimentato addirittura da una centrale idroelettrica. Fu costruito a Cavoli un pontile dove potevano essere caricati motovelieri con stazza sino a 10.000 tonnellate.

La SAGE arrivò ad occupare fino a 300 operai. Nel 1938 a causa di grosse difficoltà finanziarie fu assorbita dall’I.R.I. Intorno, agli anni ’30 era nata anche un’impresa locale – la Italo Bontempelli – che nel corso degli anni arrivò a gestire anche cave in Sardegna, esattamente a Palau. Da parte di questa impresa furono eseguiti molti lavori nel quartiere EUR a Roma.

Nel 1937 una decina di scalpellini di San Piero costituirono una cooperativa, la Filippo Corridoni. Da essa furono realizzati lavori nella stazione Santa Maria Novella e nello stadio Campo di Marte a Firenze. Anche oggi è un’importante realtà imprenditoriale del nostro territorio ed ha per il futuro ottime prospettive di successo fermo restando il fatto che i nostri scalpellini continuino a realizzare i loro prodotti con la perizia e la professionalità che li ha caratterizzati nel passato.

Fulvio Montauti

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