Rio Marina 1911: reportage dalla miniera in lotta

E’ il 22 luglio del 1911, quando Gaetano Digiacomantonio, inviato del Corriere d’Italia, sbarca all’Elba per raccontare ai suoi lettori il duro braccio di ferro che da venticinque giorni vede contrapposti, da una parte, la società “Elba di Miniere e Alti Forni” e dell’altra mille e ottocento operai, siderurgici e minatori. Un evento che per le molte implicazioni politiche, economiche e sociali, ha guadagnato in breve le cronache nazionali. L’agitazione era iniziata il 29 giugno dallo stabilimento di Portoferraio, per divergenze minimali (l’organico di una “squadra di colata”) e subito si era estesa agli operai della miniera. Così aveva voluto la linea dura decisa, a suo tempo, dalla Camera del Lavoro d’Elba, Piombino e Maremma: la centrale sindacale anarco-sindacalista, che organizzava gran parte degli operai elbani e piombinesi e che progettava da tempo una “forte iniziativa di lotta” per rifarsi delle cocenti sconfitte del recente passato.

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Rio Marina – Photo credits Alberto Chiassoni

Così, il primo di luglio, la Società Elba, che aveva molti problemi economici e organizzativi da risolvere e sembrava non aspettare altro; prende la palla al balzo e proclama una serrata a tempo indeterminato di tutti gli stabilimenti. Il suo intento dichiarato è di non riprendere il lavori finché i sindacati non avranno accettato, senza riserve, una serie di ristrutturazioni aziendali molto pesanti per i lavoratori. A questo punto lo scontro diventa totale, e arriverà a coinvolgere anche le maestranze piombinesi, e le organizzazioni dei lavoratori cattolici, che in un primo momento sembravano restie a scendere in lotta. L’Elba vive, così, il momento più alto dello “scontro di classe” nel Paese, e diventa meta dei più importanti leaders della sinistra, riformista, massimalista e anarchica.

L’Italia d’inizio secolo è una nazione giovane, per molti versi arretrata, con un’agricoltura oppressa dal latifondo e un’industria pesante appena nata, ma già dominata dalle banche d’affari e dai trusts finanziari, che si dimostrano sempre più interessati alle speculazioni di borsa, piuttosto che a una sana gestione aziendale. Il nostro sistema produttivo, difeso da un protezionismo doganale rigido e diffuso, non punta sugl’investimenti tecnologici, ma sull’utilizzo massiccio di forza lavoro a basso costo e dequalificata, contribuendo ad aggravare la miseria e l’emarginazione della classe operaia. Ai primi del Novecento la società italiana è nettamente divisa tra una potente borghesia, detentrice di tutto il potere economico e politico, ed un proletariato povero ed escluso da tutto. In Italia si vota ancora per censo e gli elettori non superano il 6,8% della popolazione, mentre l’analfabetismo stenta a scendere sotto la soglia del 50%. In questo quadro economico-sociale, il giornale quotidiano, pur essendo cresciuto in qualità e diffusione, rimane pur sempre un prodotto destinato a pochi, ad un pubblico certamente attivo e moderno, ma pur sempre espressione dei ceti dominanti. Per la stampa è un momento di crescita e di cambiamento: da semplice veicolo di notizie, diventa sempre più “quarto potere”, grazie soprattutto a importanti innovazioni editoriali, quali la terza pagina ed alcune nuove figure professionali, tra cui spicca per importanza e prestigio, l’inviato speciale.

In un mondo privo di radio e di televisione, l’inviato è senza dubbio l’anima del giornale, il cronista col più spiccato senso della notizia e la capacità di trasmetterla al lettore in uno stile semplice e chiaro, ma nello stesso tempo colorito e suggestivo. Egli trasmette le cronache per telegrafo o per telefono quindi i suoi servizi, oltre che efficaci, debbono essere rapidi e concisi. Ma l’inviato è anche un mediatore culturale, capace, più di ogni altro, d’interpretare – ma anche di orientare – i gusti, gli umori, le inclinazioni politiche dei propri lettori. Con questi ferri del mestiere il nostro inviato, mettendo piede in terra elbana, fa subito, come si conviene, un’ampia “carrellata” sul paesaggio riese, proprio come farebbe, oggi, un moderno operatore di telegiornale e accompagna le diverse situazioni e i diversi stati d’animo, con appropriate descrizioni del paesaggio circostante che, all’occorrenza, dipinge cupo, desolato, silenzioso, sanguigno, morto e abbandonato. Si profonde in note di folklore, ironizza bonariamente, s’intrattiene, e perfino s’interessa con paternalistica condiscendenza delle umane disgrazie, ma sempre con distacco di chi si sente superiore e immune dalle piccole e grandi sventure della povera gente. Il nostro inviato giudica i minatori in lotta, se pure petulanti e “noiosi”, senz’altro “onesti e simpatici” e al limite persino “in buona fede”, ma non li percepisce come suoi simili, come uomini in carne ed ossa con enormi problemi esistenziali da risolvere e diritti negati da rivendicare. Il bravo Digiacomantonio (e con lui i suoi lettori) sente più pena per la capretta rimasta sola, legata a un palo, che non per le centinaia di bambini malvestiti e denutriti che di li a qualche giorno dovranno prendere la via del continente per essere sfamati dalle famiglie operaie e contadine dell’Emilia, della Liguria e della Lombardia, e lì rimarranno, per altri cento giorni, finché gli scioperanti elbani, stremati e vinti, accettarono in blocco le pesanti condizioni imposte dalla società Elba.

Lelio Giannoni
Tratto da La Piaggia – Anno XXIV – n. 97 – Primavera 2008
Photo credits: Alberto Chiassoni

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