Operatori ecologici

Un racconto tratto da “Lo Zibaldino” di Aulo Gasparri

lo_zibaldino_gasparriMolti anni fa il corpo degli spazzini era costituito da poco più di mezza dozzina di persone. Il capo, chiamato irriverentemente Gesù, era un ometto piuttosto basso e piuttosto baffuto: era coadiuvato da un ciuchino sardo che trasportava un carretto con un cassettone a due ante. Il suono di un corno di ottone annunziava il suo arrivo nel quartiere ed avvisava che la spazzatura doveva essere portata fuori casa. Altri collaboratori di rilievo erano Tomaia, Torquato e Peppetti; quest’ultimo era lo spasso di noi ragazzi per il suo tic ad intermittenza. Il loro corredo era una capiente cesta, portata a spalla come uno zaino. nella quale raccoglievano i rifiuti delle abitazioni, un granatone di erica con un lungo manico di castagno, portato come un fucile, una paletta per raccogliere le immondizie della strada.

Quando passava la carrozzella dell’Ancillotti, del Mastagni o del Crociani e il ronzino accennava ad alzare la coda, erano pronti ad accorrere per raccoglier le pallottole che il cavallo lasciava cadere, prima ancora che finissero per terra.

Qualche volta passava anche l’autobotte per innaffiare le strade ed impedire che si alzasse la polvere; era inevitabile che il passante distratto fosse sottoposto ad una improvvisa doccia.

Le guardie municipali, non ancora promosse vigili urbani, avevano per regolamento la «sopraintendenza del lavoro degli spazzini e ne rispondevano direttamente al podestà», che per la pulizia aveva quasi una fissazione.

Oggi certo tutto è cambiato, la città si è estesa, la popolazione è aumentata e ovviamente anche le esigenze. Ora esiste un’azienda municipalizzata per la nettezza urbana che ti notifica irrevocabilmente — e anche retroattivamente — la salata quota che devi pagare. Possiede tanto di presidente. di segreteria, di direzione, di consiglio di amministrazione, di bilanci ed altre diavolerie. (Tutto ciò mi fra pensare a Mago Chiò che, giustificando le sue preferenze per il puledrino, anzi per la «polledrina». proseguiva: «L’hai vorsuta la bicigretta? O pedala!!»),

Gli spazzini sono diventati netturbini. L’azienda è dotata dei più moderni mezzi di locomozione, di trasporto, di raccolta, di incenerimento, ma la pulizia lascia un po’ a desiderare. Sarà forse perchè le strade sono sempre sconvolte, per una ragione o per l’altra, piene di polvere per gli scavi continui; sarà che le pietre sono sconnesse o che l’asfalto è in più punti sbriciolato; sarà che i cani rovistano i sacchetti prima che vengano ritirati. Sarà che il bruciatore in certi momenti non riceve più di tanto e riversa fumo e cenere sul paese (pare che tra i gas prodotti ci sia anche la diossina); sarà che i cittadini ignorano, per mancanza d’istruzioni sull’uso, i cestelli d’immondizia appesi ai muri.

Però di macchiette, di personaggi caratteristici ce ne sono ancor oggi, come nel passato. C’è per esempio Rommel, figlio di Gesù, avvolto in un alone di simpatia e di cordialità, c’è Neguib che, cessato il lavoro, si veste con raffinata eleganza e si esibisce come esperto e critico d’arte.

Voglio approfittare dell’occasione per rendere omaggio a questi umili e modesti lavoratori della strada. Dio non voglia però che venga un giorno in cui, invece di minacciare i nostri ragazzi con la solita tiritera: «Studia, se no ti mando a fare lo spazzino» non si debba dire loro: «Studia perchè — se prendi il diploma — potrai fare almeno il netturbino».

Aprile 1979

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