L’ultimo solitario

La notte la capra si era sgravata. Lontano dallo stazzo, in un fosso dietro i lentischi, aveva partorito un caprettino umido e lucido, uguale a quelli che le erano nati le altre volte. Di loro, che ad ogni Pasqua le venivano tolti, la madre non serbava memoria: quelle lanugini dai grandi occhi chiari si erano perse nel tempo e nel bianco dell’erica. Ora l’attenzione era tutta per il piccolo nato che nel tentativo di rizzarsi finiva ogni volta sugli spini. La capra lo annusava, lo lambiva, ne assorbiva il calore e gli trasmetteva l’ansia di vivere.

Nasceva il giorno e una lama di sole, baluginando dal mare, mandava barbagli di fuoco sui lastroni delle Calanche e sulla rocca di Pietramurata.

“Sarà ora ch’io vada a cercarla” borbottò Evangelista che covava oscuri timori. Di questa stagione le bestie figliavano spesso all’aperto, ma l’anno scorso i cinghiali gli avevano straziato due capretti che la madre aveva portato a nascere nella macchia fitta, sopra il mulino di Moncione.

Da allora il vecchio era inquieto. Pensava alla sua giovinezza e agli anni lontani quando all’Elba i cinghiali non c’erano. I caprili sì, quelli allora erano tanti, sparsi per le Piane del Canale e anche più su, fino a masso alla Quata, a Tozza al Prodano, alle Macinelle e al Collaccio; e tanti erano i pastori.

Poi mano a mano se n’erano andati e con loro le capre.

Se ne erano andate anche le donne di San Piero e di Sant’Ilario che venivano a prendere le ricotte e che, col cestino sul capo, scendevano a venderle al piano fino a Capoliveri e a Longone.

“Ma oggi chi aveva più voglia di vivere lassù, qualche volta anche la notte, a guardare le stelle come avevano fatto i loro vecchi?” Evangelista rimuginava fra sé e non sapeva darsi risposta rivivendo il passato e tutte le storie dell’epoca antica.

Via via che un pastore moriva o si dava per vinto, anche il caprile moriva, il cerchio di pietra vuoto di suoni, muto di belati, testimone di tempi che non sarebbero più ritornati.

Alla fine era rimasto solo Evangelista, col gravame degli anni sulle spalle e ora anche col pensiero della capra che mancava e che doveva aver già figliato.

Dal piano venivano a tratti suoni spezzati, non si capiva se erano echi di voci o di campane. Ma sotto le cime il silenzio era infinito.

Il vecchio alzò il capo e si parò la vista con la mano.

Fuori il sole cominciava a bruciare e le capre, impazienti e ristrette nello steccato, spintonavano per uscire.

Evangelista aveva ormai un solo pensiero che era divenuto ossessione: doveva trovare la capra, altrimenti il giorno, nato storto, non si sarebbe più raddrizzato.

Lentamente col mestolo aggiunse acqua al caldano. Erano anni che in silenzio ripeteva gli stessi gesti, ma oggi l’umore non era quello solito.

Agguantò il bastone e, uscito all’aperto, comin­ciò a salire verso “Grotta alle pecore” cercando nel vento e tra i rovi le tracce della fuggitiva.

Gli anni eran diventati tanti anche per lui e la salita in certi punti era dura.

Ma via via che saliva a Evangelista sembravano tornati i tempi buoni e la fatica pareva meno grave.

Inconsapevolmente ripercorreva nella memoria tutte le volte che era corso a cercare altre bestie perdute e le ansie e le pene patite.

Ora il vento si era chetato e lo sguardo poteva distendersi sul mare liscio come una tavola. Il Giglio, Montecristo , Pianosa erano ombre grigie nella nebbiolina del mezzogiorno.

A Evangelista il respiro si era fatto pesante. Grosse gocce di sudore gli rigavano il volto.

All’improvviso le vide, credette a un miraggio. Là dove il viottolo curvava a gomito, dietro i lentischi, il caprettino ruzzava malfermo, frastornato nella grande calura. Estraniata in un suo mondo ignoto la capra si beava del cucciolo e di quei brevi momenti di felicità.

La luce accecava. Evangelista stropicciò gli occhi sulla manica e tentò di guardare più in alto, oltre la cima del Capanne. Cercava di parlare con Dio. Adesso sì, poteva tornare a vivere seguendo i ritmi e le attese della natura.

Ritto sulla collina come un antico patriarca, sentiva lo sguardo bruciare si chiedeva se fosse il sole, il vento o qualche altra malia, perché non ricordava di avere mai pianto. Ma gli occhi erano già pieni di lacrime e lui continuava a chiedersi che cosa gli stesse accadendo.

Anche se non capiva, gli pareva di annegare nella tristezza e nella gioia, i sentimenti che solo il mistero e la solitudine erano in grado offrirgli.

Piero Pietri

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