L’Isola

L’isola giaceva nel mare a poche decine di miglia dalla costa: montuosa e frastagliata, appariva, dal postale che la sorvolava due volte al giorno a cinquemila metri di altezza, come un insetto mostruoso, un piccolo drago dalle molte braccia.

Era poverissima, solitaria e abbandonata. Un battello di meno di duecento tonnellate la collegava una volta al giorno al continente: spesso, d’inverno, o negli improvvisi temporali estivi, quando il vento di ponente succedeva allo scirocco, e fulmini e tuoni e ondate affogavano tutto, il battello non partiva, e i giornali e la posta e i pochi passeggeri dovevano aspettare il giorno seguente. Era gente, del resto, che non aveva fretta: isolani emigrati che tornavano di tanto in tanto a rivedere i propri familiari; isolani che si muovevano per commissioni e approvvigionamenti dai loro paesi. Quattro paesetti calcinosi, accecati dal sole che batteva forte per tutto l’anno; collegati da bianche stradine polverose che s’inerpicavano per i colli e precipitavano nelle baie e nei golfi. I colli eran quasi privi di vegetazione: il sole e i venti avevan scoperto fin lo scheletro della terra e nella roccia affiorava il verde cupo del minerale di ferro che era stato una volta la ricchezza dell’isola. Ma l’estrazione e il trasporto sulle chiatte al continente lo faceva costar troppo, e la compagnia mineraria aveva finito col regalar pontili, gru e fabbricati e fin l’area del porticciolo, al Comune che ne facesse quel che voleva. Così le due ciminiere annerite e i capannoni e tutto eran rimasti deserti e silenziosi e facevano ancor più vuoto e immobile il paesaggio.

 

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L’altra ricchezza dell’isola era il vino: nel clima mediterraneo, dal terreno collinoso, spillava un vino dolce, alcolico e profumato che avrebbe potuto essere esportato con fortuna: ma i proprietari e i coloni isolani non sapevano lavorarlo, ed esso conservava sempre un po’ d’acidità che lo faceva deprezzare al palato fino degli intenditori del continente: ogni anno il nuovo raccolto trovava le cantine e le botti ancora piene di quello dell’anno precedente, e non si sapeva più dove metterlo né dove mandarlo.

Era, dunque, un isolotto poverissimo, abitato da coloni e pescatori parsimoniosi e pazienti, che il clima tiepido e lo scirocco debilitava. Ma era uno scrigno di bellezze segrete in mezzo al mare.

Non pioveva quasi mai: le nuvole non stazionavano nel cielo e dopo una rapida burrasca, tornava il chiaro più splendente di prima. La neve vi era caduta un inverno di tanti anni fa. Di febbraio e di marzo, in certe giornate, si poteva fare il bagno in una delle sue stupende insenature. Quelle sporgenze e rientranze che si vedevano dall’aereo, erano meravigliosi golfi e baie che il mare aveva formato in un lavorio di millenni: l’onda stazionava quieta e trasparente e il corpo dell’uomo vi s’immergeva mettendo in fuga torme di pesci.

Dietro gli scogli ci si attendeva allora di veder spuntare pleiadi e ninfe e sirene e angioli e misteriose presenze; l’isola, alla fantasia del bagnante che si sdraiava al sole ad occhi chiusi, navigava sul mare come in un sogno… E poi l’uomo si alzava e faceva una camminata fino al paesino dominato dal piccolo faro secentesco posto dagli Spagnoli a guardia dei pirati; e i pescatori stavano curvi sulle reti: uomini e donne magri ma sani, sani nel corpo come nell’anima, che facevano un cenno di saluto passando.

E il pesce costava nulla, e gli affitti costavano nulla, e tutto veniva offerto quasi per nulla e con uno sguardo di riconoscenza e di stupore per vederti lì, ignorando essi stessi, gli isolani, la bellezza della loro isola.

E, così, quando il battello si distaccava dal continente per recarsi laggiù, la rottura era completa, era un ritorno indietro di secoli. Si che poi la ricordavi per tutto l’anno l’isola, e ne prolungavi, nel ricordo, la permanenza.

Ma un giorno tutto cambiò. Accadde per la bontà e la lungimiranza di un giovane Ministro; vera, saggia, onesta lungimiranza, che però non tenne conto di una cosa.

Ecco come accadde. Questo Ministro pensò di migliorare le sorti di quegli uomini e di quelle donne, e propose al Parlamento una legge con la quale stabilì che d’ora in poi tutte le imprese che fossero sorte in quel pezzo di terra avrebbero potuto avere un grosso contributo finanziario dallo Stato: sarebbero state esenti da tasse, avrebbero avute ridotte le tariffe ferroviarie e di navigazione e avrebbero goduto di molti altri vantaggi. Nello stesso tempo il Ministro fece stanziare una grossa somma per rifare le strade, gli acquedotti e le case.

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Quando questa benefica legge fu approvata dal Parlamento, i partiti spedirono dal continente manifesti e propagandisti per illustrarla agli isolani. Il settimanale che usciva nel capoluogo la pubblicò per intero. Riu­nioni e assemblee furono indette. Per giorni e giorni gli isolani ascoltarono con curiosità mista a stupore questi discorsi; s’intrattennero a parlare fra loro; poi scossero la testa, sospirarono, e infine non ci pensarono più. A poche settimane dalla sua pubblicazione quella legge venne dimenticata.

Dopo qualche tempo, però, si trovò a passare da quei paraggi un grosso industriale del nord che faceva una crociera col suo panfilo. Un temporale lo avevo colto e lo yacht aveva bisogno di riparazioni. Era una mattina di agosto scintillante di sole: le casupole splendevano coi buchi neri delle finestre; attaccate al moletto stavano le barche… Il grosso industriale era irritato per quella fermata: erano undici giorni che stava in ozio e quell’inerzia, quel riposo lo stancavano. Brontolava per questo con la moglie che lo aveva spinto a quella crociera.

«Non posso stare con le mani in mano io. Quelli lassù chissà che mi combinano. Ora farò qualche telefonata; ci sarà pure un telefono su questo scoglio!».

Scoglio? La signora, quando ebbe percorso in lungo e largo il paese e il colle e la spiaggia e la scogliera e il faro, tornò dal marito a raccontargli di aver scoperto «il paradiso terrestre». «Vieni a vedere, Bertola, vieni a vedere!» «Ma fammi il piacere. Eh, si, ci sarebbe da fare un centro turistico…» Sudava, con la pressione a duecento, ma la sua mente era già in moto. È un’idea. Voglio parlarne al Chiotti, al Marra, al Bosco… e ci ritornerò…».

Ci ritornò dopo che il suo legale gli ebbe mostrato quella benefica legge. «Ma allora c’è da impiantarci le industrie quasi gratis! Turisticamente c’è da ridurla da così a così». E voltava la mano. E fantasticava mentre ritornava col motoscafo e poi filava verso il nord col macchinone americano. Rientrato nella sua città, cominciò a tempestare di telefonate amici e conoscenti. Propose, discusse, s’incontrò, filò verso la capitale dove ebbe altri contatti con funzionari, banchieri e deputati. E, infine, dopo altre settimane, il suo piano di azione era pronto.

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In principio furono le strade e l’energia elettrica: centinaia di milioni, miliardi. Furono create due società, socio e anima il Bertola e i suoi amici. Draghe, ruspe, compressori, gru colossali che gli isolani non avevano mai vedute, furono sbarcate da chiatte mostruose; capo cantieri e caporali vennero e arruolarono la mano d’opera locale. E cominciarono ad allargare, spianare, correggere, rifare, e sfatare tutti i tracciati esistenti e a progettarne nuovi; strade che si inerpicavano sulle colline disabitate o che segavano la roccia per scendere nelle baie e compiere il periplo dell’isola: strade spaziose, pulite – sprecate – che pareva non dovessero servire a nessuno. Ma il Bertola e i suoi amici sapevano quello che facevano. Avevano messo mano, intanto, ad un’altra dozzina d’iniziative: una società comprava i terreni dai proprietari locali, lieti di far denaro contante, e vi costruiva ville e alberghi, stabilimenti balneari e night club. Un’altra ottenne, con una votazione unanime dal consiglio comunale, di rilevare la vecchia azienda elettrica di proprietà del Comune che mandava un filo di luce alle casupole dell’isola, e rapidamente inondò di luce e di energia ville e alberghi e case. Industrie conserviere, di abbigliamento, perfino una tipografia. Una ennesima società, infine, si accinse a sfruttare quella che era la ricchezza naturale dell’isola: il vino. Una moderna cantina lo lavorò e cominciò ad esportarlo anche all’estero. Il Bertola aveva sempre più bisogno di vendere quell’energia elettrica e di occupare quei terreni e quelle case e quegli alberghi e quegli chalets, ed esportare tutti quei prodotti che a bassissimo costo le società producevano nell’isola; e le iniziative si moltiplicarono. L’isola veniva ora attraccata da navi da carico sempre più fitte e più grosse; un piccolo campo di aviazione ospitava gli elicotteri dei commendatori; e torme di tecnici, di segretari, di esperti, di caporali giunsero ad arruolare gli uomini.

D’estate, a fin di primavera e fino al tardo autunno, gli uomini e le donne del nord cominciarono a venire in villeggiatura: donne bellissime e sterili che passeggiavano in bikini per le vie del paesino scandalizzando le isolane e accecando gli isolani; giovani muscolosi e bronzei che tamburellavano col piede vicino ai juke-box; e poi s’immergevano, armati di fucili e pinne, nelle onde azzurre. La notte, l’isola, prima spenta e nera, sfidava ora il firmamento con le sue mille luci. Si danzava fino all’alba, e poi erano lunghi sonni nel letto dal quale i corpi nudi uscivano per tuffarsi in mare.

E anche le chiesette, dentro i piccoli calcinosi paesini affogati dalle ville e dagli alberghi, venivano a poco a poco ricostruite e fatte belle e grandi, e, se anche per tutta la settimana erano troppo grandi, diventavano poi di nuovo strette e piccole per la messa di mezzodì della domenica.

Gli isolani guardavano attoniti, intimiditi, quasi impauriti. Da principio avevano cercato di seguire quella gigantesca crescita e di sfruttare anche loro la fortuna della loro isola. E i negozianti e gli affittacamere avevano rialzato, di tempo in tempo, i loro prezzi; i bar e le trattorie si eran sforzati di ammodernare e di ingrandire le proprie attrezzature: e tutto l’artigianato locale si era ingegnato di crescere ad industria. Ma tutto questo gli isolani facevano con lentezza, com’era nel loro carattere: con lentezza, parsimonia, e timidezza: la timidezza del povero che non si capacitò di esser diventato ricco e non sa più attribuire il valore al denaro. Lo scirocco, poi, lo avevano nel sangue: li rendeva lenti, anche nell’ubbidire, nel servire. Questa loro inerzia fu presto mal giudicata dai tecnici, segretari e caporali, che erano gente che non avevano un minuto da perdere. E costoro, poco per volta, cominciarono a disfarsi dei dipendenti isolani. Al loro posto fecero venire camerieri in giacca bianca, e bagnini e inservienti dalla più famose spiagge del continente; e autisti e magazzinieri e meccanici e tipografi e contabili e altri e altri che rimpiazzarono presto tutto il personale del luogo; e divennero essi – i camerieri, i bagnini, gli stagnari del continente – dopo i tecnici, i segretari, i caporali, e dopo i commendatori, i veri padroni dell’isola.

Agli isolani, ai pochi isolani, magri e sani (ma non più tanto sani nell’anima dopo il contatto e l’esempio degli uomini e le donne del nord) non restò che fare i braccianti e i facchini, i servi dei servi, cioè, oppure emigrare. Avevan venduto a ettari le loro terre che ora i commendatori rivendevano a metri: avevano avuto sfasciati dalla concorrenza i loro traffici e le loro botteghe; aveva, dovuto cessare fin la pesca, perché i pesci, perseguitati dai pescatori subacquei e spaventati dai motori avevano anch’essi emigrato verso mari più tranquilli. E anche la pace dei loro cuori e la loro fede era stata turbata. Perciò, non sopportando d’essere servi dei servi, emigrarono. Emigrarono tutti o quasi nel continente. E l’isola rimase, proprietà assoluta, dei padroni e dei loro segretari, tecnici e caporali, punto nevralgico per i loro traffici redditizi: paradiso terrestre per i giovani bronzei e muscolosi del nord e per le loro bellissime e sterili donne.

Rodolfo Doni

Tratto da Leggende, Novelle, Memorie, Filastrocche dell’Isola d’Elba a cura di Stefano Bramanti e Luigi Cignoni.

Dalla presentazione del brano: Rodolfo Doni, nato a Pistoia, fiorentino d’adozione, autore di numerosi romanzi e saggi letterari. Ha collaborato con giornali come “La Nazione”, “L’Osservatore Romano”, “Il Giorno”. Gentilmente ci ha concesso di premettere al nostro lavoro, questa sua bellissima “Favola Moderna”, composta per rivelare il suo amore, per l’isola un tempo incontaminata.

Photo credits. Mucchio selvaggio

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