Le due nemiche

Mia nonna aveva una nemica. Anzi, un’acerrima nemica che lei naturalmente ricambiava con interessi. Di quelle nemiche che si ricordano per tutta la vita e con le quali non è possibile stabilire qualsiasi tipo d’approccio, se non lo scontro (naturalmente a parole). Era la sua confinante nel podere di campagna, a Grassera, vecchio borgo minerario dell’Isola d’Elba. Mia nonna, Maria, era una persona tutto fare; da quando le era morto il marito (prima dell’ultimo conflitto mondiale) lei si era trasformata in fattore: non c’era lavoro fisico che non si accollava, oltre a prendersi cura degli animali domestici e da cortile. Piccioni, anitre, conigli ma anche pecore e un asino che divideva con il marito di sua sorella, quando si trattava di vendemmiare. Per questo, tutte le mattine lasciava la nostra casa in paese e a piedi andava nella masseria di Grassera (distanziava dal centro abitato circa tre chilometri) per accudire alle sue mansioni di villana.

Rio_Elba

Era il suo modo, il suo regno nel quale si sentiva pienamente regina. Fino a quando qualcuno non invadeva il suo terreno, non entrava nella sua tenuta. Per capire quanto fosse sentita la proprietà e importante il concetto di “avere”, bisogna fare uno sforzo e rapportarsi alla mentalità isolana, che per secoli (per non dire millenni) si è vista protagonista nel contendersi un palmo di terra contro elementi esterni (in questo caso al mare, ma anche alle varie calamità naturali quali alluvioni, incendi e così via). Perché essa – la terra – è semplicemente la vita, il primo passo per garantirsi una lunga progenie e discendenza su un’Isola. Non può quindi essere incolpata di mancanza d’altruismo o di scarso amore (per non dire carità) la persona che ha e guarda di sottecchi chi invece cerca di avvicinarsi ai suoi campi, al suo “ricato” e vuole entrare nel proprio giardino che protegge con recinti.

E nei miei ricordi di fanciullo rivivono le arrabbiature di mia nonna sotto la pergola dei confinanti, solo perché Denise, così si chiamava l’oggetto di tanta acredine di mia nonna, aveva fatto un fascio di legna prelevando la materia prima dalla sua lecceta. Nemiche. Anche quando, forse non c’entravano neppure negli episodi che scatenavano tanto rancore e livore. Come quando si trattò di portare nella nostra casa di Rio l’albero di Natale. Era dicembre 1957. Mia nonna era dalla metà d’ottobre che aveva adocchiato nella macchia un abete che avrebbe fatto benissimo al nostro caso e che avrebbe fatto la sua degna figura nella nostra sala del paese decorato come lo può decorare una signorina, mia zia, rimasta zitella e che riflette il suo amore sulle attenzioni per i nipoti e sulla casa che deve essere apposto e sempre in ordine, come si addice ad una famiglia piccola-borghese di un piccolo centro minerario. E tutte le sere, al termine di una giornata trascorsa in campagna si guardava la pianta e che rallegrava nella scelta: non ce n’era un’uguale nel comprensorio. Una volta decise di anticipare la sua partenza dalla campagna perché intendeva “minimizzare” l’abete, per paura che dalla strada qualcuno lo potesse scorgere e ci stava che la stessa idea potesse attraversare la mente di qualche altro compaesano. Fino a quando si giunse alle porte delle festività natalizie.

– Mamma – disse mia zia – ricordati di portare l’albero di Natale.

– Sì, sì, uno di questi giorni lo faccio ma e meglio che qualcuno mi venga incontro perché portarlo dalla campagna fino al paese è davvero difficile.

Così si misero d’accordo sul giorno in cui si sarebbe dovuto effettuare il taglio della pianta (all’epoca non esistevano gli amici della piante). Ma il giorno successivo ecco la sorpresa: l’abete non c’era più.

– E’ stata lei che me l’ha soffiato da dentro al piatto. Mi ha rovinato la festa, disse mia nonna nel costatare che l’abete non c’era più.

Si arrampicò sulle pendici della collinetta per vedere meglio e rendersi conto di quello che fosse successo: il tronco era stato martoriato da un’infinità di colpi affibbiati da un pennato e neppure tanto affilato. Oppure usato da una persona che non disponesse di molta forza fisica.

– Povero, alberello, disse, ti hanno martoriato prima di abbatterti.

La pietà ben presto svanì per prendere corpo invece il sospetto che fosse stata lei, Denise la nemica, la mano ignota e neppure tanto pratica e ferma nel tenere in mano l’attrezzo per infierire i colpi mortali alla corteccia. E invece si venne a sapere che l’emblema del Natale tanto atteso da noi fanciulli era finito nella casa del cantoniere che si era innamorato anche lui dell’abetello e passò prima di Maria ai fatti. Così salì l’asprezza di nona Maria nei confronti di Denise. Quest’ultima, di rimando, mise in atto l’ennesimo colpo: legò al lentisco che era proprio sul confine tra le due proprietà la capretta perché brucasse l’erba tenera. Ma l’animale, ignaro delle linee che esistono solo nella mente degli uomini per stabilire l’appartenenza e la sovranità del singolo su un determinato territorio, sconfinò attratto dall’erba del campo vicino che era, guarda caso, di mia nonna. Che diavoleria allora mise in atto mia nonna? Perché la capretta non si muovesse troppo nel suo podere, le legò le zampe. Dispetti. In continuazione. Colei che aveva ricevuto per ultimo un torto, si sentiva in obbligo di passare al contrattacco. Allora ecco che improvvisamente mancano nell’orto i pomodori, gli zucchini, i fagiolini.

Nonna, per contravvenire alle circostanze negative, adottò una decisione draconiana. Impose che tutta la famiglia andasse a villeggiare in campagna per tutta l’estate, contro le nostre volontà di bambini che desideravamo invece rimanere in paese, per giocare con i coetanei come si desiderava, finalmente liberi da obblighi scolastici; contro la volontà di mia sorella, un po’ più grande di me, che cominciava a tenere prime simpatie per qualche bellimbusto di Rio e desiderava prendersi bagni di mare in una delle tante spiagge dell’Isola che cominciavano a conoscere i primi turisti. Invece tutti in campagna, dove non passava nessuno per ore ed ore. Una tale tranquillità che davvero mi sembrava, nell’ora di mezzogiorno, che comparisse dal fitto fogliame della macchia il dio Pan o le ninfe con i loro eterei veli a farmi vento contro l’afa. Sicché, al contrario di quanto accadeva in paese dove nessuno voleva essere distratto dalle proprie faccende, eravamo in tanti al villino di Grassera che, con la scusa di fare la spesa e andare a prendere il pane fresco o altri prodotti per la cucina, ci proponevamo di far ritorno al paese. Così si riprendevano i contatti; si poteva stare con il mondo civile. Non c’importava di rifare la strada di ritorno sotto il solleone, carichi di sacchetti dei vari negozi. Nonna pensava che, stando tutti in campagna, si sarebbero allontanati i propositi d’ostilità della nostra nemica ma non si accorgeva a quale prezzo per noi tutti. Invece nonna Maria era tanto brava nel presentarci la sua rivale che alla fine non c’era nessuno della famiglia che, pur non avendo avuto a che fare con Denise in modo diretto, non la odiasse, come la odiava di cuore nonna. In fondo era per lei che ci trovavamo lì a villeggiare.

– La campagna fa bene alle creature, diceva nonna a mia madre. Vedrai che colorito prenderanno e come cresceranno bene.

E nostra madre, per amore di farci venire su sani e forti ci portava in campagna.

Guai, poi, per noi ragazzi, scambiare un saluto con Denise la quale, almeno nei miei vaghi ricordi di bambino, non era per niente una megera. L’avevo capito osservandola piegata sul campo di biada, mentre avvolgeva i covoni per gli animali. Un grande sombrero di paglia sulla testa, una camicetta bianca inzuppata di sudore e stretta con un nodo sulla vita. Un bottone di troppo sbottonato sul petto mi scatenò le fantasie d’adolescente, animate dalla vista dell’ombelico troppo intraprendente per rimanere coperto dalla cintola dei pantaloni. Capivo perché avesse avuto, nella sua pur breve vita, già due mariti, in un’epoca in cui il divorzio non era ammesso nelle famiglie che si definivano cristiane.

– Se ti vedo ancora discorrere con quella lì. vedrai come ti concio, mi disse mia nonna.

E questo avvertimento fu la mia prima presentazione, il primo approccio con l’altra faccia del mondo, l’universo femminile, il quale assunse nella mia mente il significato d’elemento conflittuale, di disaccordo, d’ostilità con le persone adulte della famiglia. Di disunione. Una volta mia nonna s’incontrò con la sua rivale nel bosco, lungo un tratturo che era frequentato dai minatori quando si recavano, negli anni Cinquanta, alle cave di Rio Albano. Ambedue avevano sulla testa il loro fascio di legna con il pennato dietro la schiena, come sono soliti fare i boscaioli o i carbonari. Non c’era nessuno, oltre loro nel bosco. Poteva essere l’occasione per affrontarsi, per misurarsi con le forze. Ognuno, invece, tirò dritto per la sua strada, ignorandosi a vicenda, come se i loro occhi non si vedessero. La rivalità, allora, esisteva nel momento in cui c’era qualcuno che assisteva, c’era degli spettatori. Ma non solo. L’odio si spingeva fino ad un certo punto. Quando successe la disgrazia della morte del marito di Denise in miniera, coperto dalla frana causata dallo scoppio delle mine, mia nonna faceva avere alla rivale, con la scusa di fare un presente ai figli (non a lei!), latte di capra appena munto, ortaggi, uova e frutta a volontà. Questo però non significa che costei avesse cessato di essere il nemico numero uno per lei. Dopo molti anni ricordai a nonna le nostri estati in campagna.

– Come si stava bene, vero nonna in campagna? Dissi sapendo che le avrei fatto cosa piacevole ammettendo una circostanza del genere, nonostante le mie contrarietà iniziali alla proposta.

– Sì, davvero! Si stava bene. Anche perché eravamo più giovani. Peccato, aggiungeva subito, che ci fosse in mezzo sempre lei, il nostro diavolo.

Denise morì poco tempo dopo i fatti narrati, nonostante fosse di qualche anno più giovane della nonna. Ma uscita di scena lei, Maria non sentì più l’esigenza di ricoprire tre chilometri di strada per andare al podere per controllare la masserizia.

Luigi Cignoni

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

cookieassistant.com