La storia degli altiforni di Portoferraio

Il 1904 è compreso in un periodo particolarmente fortunato ed importante per la nostra Isola. Il periodo ebbe inizio nel 1897 con il Capitolato per l’affitto delle miniere di ferro, che ne rese lo sfruttamento più razionale e moderno; proseguì nel 1899 con la costituzione a Genova della società Elba, avente come scopo l’affitto delle medesime e la costruzione di altiforni per la trasformazione del minerale in ghisa e si concluse nel primo decennio del Novecento con la costruzione di uno stabilimento siderurgico a Portoferraio, fermamente voluto da Pilade del Buono, un notabile del tempo.

Nel 1902 si ebbe la prima colata di ghisa al coke in Italia e nel 1909 l’acciaieria iniziò la produzione. Nasceva, come allora fu scritto “l’Elba industriale” che rese ancora più netta la distinzione tra la parte orientale dell’Isola a carattere industriale e la parte occidentale particolarmente agricola. Alla fine del primo decennio del XX secolo i dati materiali di questa “rivoluzione industriale” erano i seguenti: gli abitanti passavano dai 25.043 dell’inizio del secolo ai 29.491 (Portoferraio cresceva dai 5.987 ai 9.385); alle miniere l’escavazione del minerale era salita a 532.671 tonnellate annue con circa 2.000 dipendenti; allo stabilimento, dove erano impiegati circa 2.000 lavoratori, erano annualmente prodotte 160 mila tonnellate di ghisa ed oltre 60 mila d’acciaio. Il valore complessivo del minerale di ferro, della ghisa e dell’acciaio può calcolarsi in 25 milioni di lire all’anno, mentre i salari erogati alle miniere e agli altiforni si aggiravano sui quattro milioni di lire all’anno. Tenuto conto del valore della lira di allora, si trattava di somme ingenti, dopo la grave crisi degli ultimi decenni dell’Ottocento, causata dalla fillossera, aveva iniziato dal 1900 a riprendersi e la produzione di vino aveva superato i 120 mila ht annui per un valore di circa cinque milioni di lire.

portoferraio_altiforni_2Le conseguenze di questa “rivoluzione” si fecero sentire su tutti i settori della vita dell’Isola e le richieste di innovazione e di miglioramenti da parte dei lavoratori e delle popolazioni si fecero sempre più pressanti e numerose, come si ricava anche da un’affrettata lettura dei numerosi formali del tempo. Entrarono in crisi le vecchie società di Mutuo Soccorso, sorsero le leghe di miglioramento e di resistenza; si sviluppò l’attività sindacale contemporaneamente all’apertura delle sezioni socialiste nei vari paesi dell’Isola. Si ebbe un rialzo dei prezzi, soprattutto di quelli dei generi alimentari e degli affitti in particolare a Portoferraio, a causa dell’afflusso di immigrati dagli altri paesi dell’Isola e dal continente. Si chiese un miglioramento delle comunicazioni terrestri, ottenendo un servizio di automobili in sostituzione delle “antidiluviane diligenze” e di quelle marittime, ottenendo nuove corse e piroscafi più grandi e più sicuri.

Particolare interesse fu rivolto alla scuola e alla lotta contro l’analfabetismo con la richiesta dell’istituzione di una direzione didattica permanente. Si reclamò più attenzione per l’igiene pubblica, che lasciava molto a desiderare e per la salute dei cittadini, ottenendo l’aumento del numero dei medici e nuove apparecchiature per l’ospedale civile di Portoferraio (una nuova sala operatoria, un apparecchio radiologico e miglioramenti del gabinetto di analisi). Si ottenne nei vari paesi “l’illuminazione pubblica elettrica” al posto dei “vecchi lumi a petrolio” e la costituzione di acquedotti. Per rispondere a questi nuovi bisogni i bilanci comunali si fecero sempre più pesanti nelle uscite e di conseguenza nell’entrata per cui fu necessario l’aumento del dazio consumo, che allora costituiva la voce più consistente.

Dopo questa premessa, possiamo passare ad esaminare gli avvenimenti che caratterizzarono il 1904 servendoci come fonti dell’archivio storico del comune di Portoferraio, del “Corriere Elbano”, diretto da Cesare Cestari, un repubblicano mazziniano, e de La Larva dell’Ape, diretta da Augusto Duschoqué, della quale Pilade Del Buono, direttore delle miniere dal 1887 al 1897 e deputato al Parlamento dal 1898 al 1900, si servì per combattere la Società Elba.

In quell’anno Portoferraio, con il porto in costante aumento del traffico, aveva raggiunto i 6.480 abitanti e agli altiforni, che produssero 83.201 tonnellate di ghisa, lavoravano 637 operai con salari che andavano da un minimo di tre lire ad un massimo di 8,50 lire giornaliere secondo le diverse mansioni. Alle miniere gli operai occupati (esclusi i marinai dei barconi e dei bastimenti, che trasportavano il minerale) erano 1.470, la produzione era salita a 397.916 tonnellate e i salari andavano da un minimo di due lire e 75 giornaliere dei manovali ad un massimo di cinque lire e 50 dei capi officina. Il Corriere Elbano dette notizia di alcuni infortuni verificatisi nello stabilimento e dell’acquisto della Società Elba del Forte Inglese di proprietà del comune per la costruzione di case operaie, nonché la notizia della visita dell’ispettore scolastico di Livorno alle scuole elementari e della costituzione da parte dei maestri dell’Isola di una Sezione Magistrale Nazionale con lo scopo di migliorare gli stipendi e di rialzare il prestigio della categoria “abbandonata dai comuni e vessata”.

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Il giornale faceva la cronaca del Primo Maggio, “Festa dei lavoratori”, mettendo in rilievo il fatto che si era svolta pacificamente, soprattutto dagli iscritti al Partito Socialista, ma aggiungeva che, mentre “i cosiddetti dissidenti” nel pomeriggio si erano diretti ai Magazzini, “i ferriani” avevano scelto un’altra volta località, ma alla sera tutti si erano riuniti nella sede sociale dove era stata tenuta una “conferenza di circostanza”. Il Corriere dell’Elba rivolgeva una critica all’amministrazione postale, perché una lettera da Portolongone a Capoliveri impiegava 36 ore per rimanere in ufficio fino a quando l’interessato non si fosse recato a ritirarla; definiva, inoltre, “illogica” la disposizione delle Ferrovie del Mediterraneo, seconda la quale le merci, che arrivavano alla stazione di Piombino per essere inoltrate all’Elba, venivano rispedite a Livorno per l’invio all’Isola. Il giornale pubblicava anche le corrispondenze provenienti dai vari paesi: da Marciana Marina giungeva l’eco di una lunga polemica sul bilancio comunale; Rio Marina la sezione del Partito Socialista dava del “violento” ad un certo Corrado Giordani senza darne spiegazioni, mentre Giuseppe Tonietti replicava a certi giudizi espressi nei suoi confronti, sostenendo di avere sempre cercato di “armonizzare” gli interessi della popolazione con quelli della Società che rappresentava; dal comune di Portolongone, formato dalle due frazioni di Portolongone e di Capoliveri, giungeva la notizia che nelle elezioni generali amministrative del febbraio, in quest’ultimo paese gli elettori si erano astenuti in massa, mentre nell’altro era riuscita vittoriosa “la lista del Regio Commissario straordinario”.

Si spiegava che la ragione dell’astensione dei capoliveresi era dovuta al fatto che a Capoliveri, dove la popolazione era in continuo aumento, erano stati assegnati otto consiglieri comunali; a Portolongone, dove la popolazione era in diminuzione, n’erano stati assegnati 12. Dure critiche il giornale del Cestari rivolgeva al governo e, in particolare, a Giolitti ritenuto responsabile degli “eccidi proletari”, che in quel periodo si stavano verificando soprattutto nel Meridione con morti e feriti. Il Corriere dell’Elba polemizzò anche con un “frate quaresimalista”, che durante una sua predica aveva attaccato la massoneria della quale il giornale, fortemente anticlericale, era un estimatore.

Alla fine dell’anno fu comunicata la notizia di una lettera inviata da Giulio Pullé al sindaco di Portoferraio, nella quale era illustrato il progetto di un impianto d’illuminazione pubblica ad acetilene, che avrebbe eliminato “i vecchi lumi a petrolio”. Soltanto nel 1911 l’impianto per l’illuminazione elettrica della città sarà inaugurato. Queste notizie, riguardanti il 1904, erano d’interesse locale e di scarsa importanza. Molto importanti in quell’anno invece furono le elezioni politiche, dalle quali riuscì eletto il livornese Dario Cassuto, che rappresenterà l’Elba alla Camera fino al 1919, quando decise di non ricandidarsi. Non minore importanza ebbero i molto discussi progetti di costruzione di un’acciaieria e di un acquedotto a Portoferraio, ai quali era interessata la Società Elba.

Ancor più importante fu la polemica sull’articolo 16 del progetto di legge per il risorgimento di Napoli, che toccava non solo gli interessi dell’Isola, ma coinvolgeva alcuni gruppi industriali, politici e lo Stato. Le elezioni politiche del 1904 furono volute da Giolitti, prima della normale scadenza della legislatura, come risposta ad uno sciopero politico generale e si svolsero il 6 e il 13 novembre con il sistema maggioritario. Il primo collegio elettorale comprendeva i comuni elbani e il mandamento di San Leopoldo del comune di Livorno. Dopo un alquanto periodo confuso in cui furono fatti vari nomi di candidati, vennero presentati il sindacalista De Ambris dai socialisti, l’avvocato Cassuto dai monarchici e dai giolittiani, Viazzi dai repubblicani. Mosti dai repubblicani intransigenti e l’elbano Ubaldo Tonietti che in un primo tempo aveva dichiarato di non volersi presentare dai radicali livornesi. Egli inoltre era sostenuto da Pilade Del Buono. Il 6 novembre su 8492 iscritti nel primo collegio di Livorno i votanti furono 4.098: Cassuto riportò 1982 voti, Tonietti 1.136, De Ambris 401, Mosti 125 e Viazzi 277. Le schede bianche e nulle furono 177. Non avendo alcuno dei candidati riportato il numero di voti sufficienti per essere eletto, venne indetto il ballottaggio per il 13 novembre tra i due candidati che avevano riportato il maggior numero di suffragi. Essendosi ritirato Tonietti, fu eletto Cassuto che riportò 2.544 voti su 3.301 votanti. Il Corriere dell’Elba commentando i risultati delle elezioni scrisse che Giolitti in sede nazionale aveva vinto, perché era un “abile stregone” e che la nuova camera si era riempita di “reazionari”, mentre in sede locale Cassuto era stato favorito dalla candidatura Tonietti che aveva impedito l’unificazione dei partiti della sinistra.

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La zona degli altiforni di Portoferraio dopo il bombardamento del 13 marzo 1944

Per quanto riguardava le acciaierie, è noto che l’impianto degli altiforni a Portoferraio era stato fortemente voluto da Pilade del Buono, ma è altrettanto noto che altri dirigenti della Società Elba fossero contrari, perché ritenevano il luogo mancante dello spazio necessario per l’acciaieria e il laminatoio che avrebbe potuto realizzare “il ciclo integrale” che andava dalla ghisa all’acciaio e ai laminati. Sappiamo anche che Oscar Sinigaglia esprimerà un giudizio negativo sulla scelta di Portoferraio come sede degli altiforni. Comunque il problema della costruzione dell’acciaieria si ripresentò nell’ottobre 1903, quando il consigliere delegato della società Fera propose la costruzione di un’acciaieria Martin Siemens. Il 13 marzo 1904 il consiglio di Portoferraio discusse una petizione, firmata da 411 cittadini, che chiedevano alla società Elba l’impianto dell’acciaieria. Il sindaco G. Bigeschi presentò anche una contro petizione, firmata da cinque cittadini, fra i quali Pilade del Buono, contraria alla discussione della petizione da parte della giunta, perché la richiesta, come spiegherà “La Larva dell’Ape” di Pilade del Buono, avrebbe offerto alla società l’occasione di chiedere al comune “la somministrazione gratuita di acqua dolce e, forse, la tela dell’intesa politica per le future elezioni”. La giunta recepì la petizione e Pilade Del Buono accusò il sindaco di “essersi fatto influenzare da altri interessi”.

Il Corriere dell’Elba invece difese la decisione del sindaco. Il 29 maggio 1904 “La Larva dell’Ape” riportò la seguente dichiarazione del consigliere di amministrazione Chiaroviglio, fatta all’assemblea degli azionisti tenuta a Genova il 19 maggio: “Gli altiforni di Portoferraio devono essere completati perché, a nostro credere, la fabbricazione della ghisa non è finalità dell’industria siderurgica, ma è la materia prima di altre industrie ad essa immensamente connesse”. Il 7 agosto 1904 il Corriere dell’Elba scriveva: “Si assicura che è stato definitivamente deliberato l’impianto a Portoferraio dell’acciaieria”. In realtà il primo acciaio verrà prodotto nel 1909. Il rifornimento idrico durante l’Ottocento aveva rappresentato per il capoluogo elbano un grosso problema e gli abitanti erano stati costretti a servirsi dell’acqua piovana, raccolta nelle cisterne e di quella trasportata dal continente con i bastimenti. Né la costruzione, alla fine dell’Ottocento, di un acquedotto che riforniva la Città con le acque della Valle di Lazzaro valse a risolvere il problema perché l’acqua era scarsa e non del tutto potabile. All’inizio del Novecento, in seguito alla costruzione dello stabilimento e all’aumento della popolazione, il problema divenne ancora più grave, dato il forte consumo di acqua potabile da parte degli altiforni. Si cercò allora di condurla dal territorio comunale, ma inutilmente. Infine ci si rivolse al territorio marcianese e una commissione fu incaricata dal comune di Portoferraio di presentare un progetto. Esso prevedeva l’allacciamento alle sorgenti di Monte Perone, una conduttura lunga 28 chilometri e 400 metri, la quantità erogata giornalmente sarebbe stata di 400 metri cubi nei periodi di massima siccità e di 750 metri cubi di quelli ordinari. Il costo complessivo dell’opera sarebbe stato di 435 mila lire per coprire il quale sarebbe stato necessario il ricorso ad un mutuo presso la Cassa Depositi e Prestiti. A questo punto il comune cercò di accordarsi con la Società Elba per condurre l’impresa in comune, presentandola come opera di pubblica utilità. Purtroppo i Portoferraiese dovettero aspettare fino al 1912, quando il nuovo acquedotto sarà inaugurato.

Prima di parlare dell’articolo 16 al quale abbiamo accennato in precedenza è necessario ricordare che le miniere di ferro dell’Elba erano di proprietà dello Stato, il quale mediante l’asta le concedeva dietro il pagamento di un canone per ogni tonnellata di minerale scavato. Purtroppo le concessioni erano di breve durata e i concessionari non ritenevano conveniente apportare innovazioni tecnico-amministrative con la conseguenza che lo sfruttamento era fatto con metodi antiquati e non permetteva il sorgere in Italia di una moderna industria siderurgica. Pressato dagli industriali il governo emanò nel 1897 un nuovo Capitolato in cui la durata di affitto era elevata a 20 anni prorogabili per altri cinque, il canone da pagarsi allo Stato per ogni tonnellata di minerale da fondersi in Italia era stabilito in 50 centesimi (“quasi un regalo” commentarono Rodolfo Morandi e Luigi Einaudi) e la quantità annua di minerale di prima qualità da escavare fu stabilita in duecento mila tonnellate, più cinquanta mila di minerale di scarto. Il nuovo affitto fu vinto da Ubaldo Tonietti e Pilade Del Buono, i quali il 5 novembre 1899 lo trasferirono alla Società Elba da pochi mesi costituitasi. Successivamente la Società, inizialmente legata al Credito Italiano, passò sotto il controllo della Società Terni legata invece alla Banca Commerciale.

Si formarono così due potenti gruppi economici (il Credito-Ferriere italiane e Terni-Banca Commerciale comprendente la Società Elba) fortemente interessati al minerale elbano. Quando fu presentato alla Camera il progetto di legge n. 381 dell’8 luglio 1904 d’iniziativa governativa, in favore del risorgimento economico della Città di Napoli, il gruppo Credito Italiano-Ferriere Italiane vi fece inserire l’articolo 16 con il quale erano concesse duecentomila tonnellate di minerale, oltre quelle previste dal Capitolato del 1897, “a soddisfare i bisogni degli industriali aventi stabilimenti nelle province meridionali ed a preferenza in quella di Napoli”. Sulla stampa elbana e su quella nazionale la questione dell’articolo 16 fu ampiamente dibattuta. Il Corriere dell’Elba parlò di “un pericolo imminente” per l’Isola e si oppose decisamente all’avvio del minerale nel meridione, sostenendo che esso avrebbe esaurito in non molti anni le miniere e recato un “gravissimo danno” alle popolazioni. Ferme condanne dell’articolo 16 furono da Rio Elba e Rio Marina. Il cavaliere Giuseppe Tonietti, deputato provinciale, sottopose la questione al consiglio provinciale di Livorno, sostenendo che il provvedimento avrebbe assestato “un fiero colpo all’industria siderurgica elbana”. La deputazione provinciale aderì con voto unanime “alla giusta agitazione sorta nei comuni elbani, affinché il gravissimo pericolo minacciato dal progetto di legge a favore del Mezzogiorno sia scongiurato”. Anche i deputati della Toscana, eccetto Arturo Luzzatto, amministratore delegato delle Ferriere Italiane, aderirono alla protesta e chiesero che “gli stessi privilegi”, previsti per il Mezzogiorno, venissero concessi alla loro regione.

Contraddittoria era stata la condotta di Pilade Del Buono, il quale, in un primo tempo, si era dichiarato contrario all’articolo 16, ma successivamente l’aveva sostenuto, perché aveva visto nella concessione del minerale a Napoli l’unico mezzo per liberarsi del minerale escavato, temendo che, in caso contrario, la Società sarebbe stata costretta a licenziare un certo numero di cavatori. Alla fine il contrasto fra favorevoli e contrari all’articolo 16 trovò una soluzione di compromesso con questa aggiunta “rispettati i diritti acquisiti dagli stabilimenti di fusione attualmente esistenti”. Le due questioni della costruzione dell’acciaieria a Portoferraio e dell’articolo 16 del progetto di legge n. 381 dell’8 luglio 1904, come la costituzione della Società Elba e la costruzione degli altiforni, avevano proiettato la nostra isola sulla scena nazionale. Lo stesso avverrà nel 1911, quando un grande sciopero bloccò per cinque mesi il lavoro nelle miniere e agli altiforni, coinvolgendo migliaia di lavoratori che, complessivamente, subirono una perdita di salari per oltre tre milioni di lire di allora.

Alessandro Marinari

Tratto da “Lo Scoglio” Anno XXII – II Secondo quadrimestre

  2 commenti per “La storia degli altiforni di Portoferraio

  1. giuseppe
    24 novembre 2014 at 22:08

    Salve, mi interesserebbe sapere di più sull’acquedotto della Valle di Lazzaro: esistono piantine? Dove si può approfondire? Grazie

    • Elbacomunico
      18 febbraio 2016 at 08:49

      Caro Giuseppe, purtroppo non possiamo aiutarti, l’unica cosa che puoi fare è informarti presso il Comune di Portoferraio. Grazie e continua a seguirci.

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