La relazione di una campagna sotterranea a Portoferraio

Portoferraio 1996: campagna esplorativa del Gruppo Speleologico C.A.I. Pisa alle prese con calcinacci,topi ed altre insidie del mondo sotterraneo.

 

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Oggetto: vengono di seguito esposti i risultati preliminari della campagna esplorativa che il GSPI ha effettuato, durante i mesi estivi del 1996, nella cittadina elbana di Portoferraio (LI), e riguardanti lo studio degli ipogei artificiali presenti in loco.

Tutto ebbe inizio, come tradizione vuole, assolutamente per caso: l’Amministrazione Comunale di Portoferraio ci contatta per avere una consulenza sui sotterranei di Forte Falcone, una costruzione rinascimentale la cui gestione è stata da poco ceduta al Comune dalla Marina Militare. Noi ci diciamo disponibili e facciamo un salto a vedere di cosa si tratta; un bel salto considerando che partiamo tutti da Pisa. All’epoca dei fatti qui narrati siamo nella primavera del ’96, e ci rendiamo subito conto che l’impresa si preannuncia lunga e molto interessante. Per fare un lavoro abbastanza organico viene deciso di effettuare un campo estivo dedicato allo scopo; tanto più che l’Amministrazione ci chiede di ampliare il lavoro di studio in tutta l’area abitativa facente parte del centro storico. A questo punto, occorre fare un breve excursus storico per inquadrare bene in che ambito si è mossa la nostra ricerca. Le origini della città sembrano risalire all’epoca romana, quando si chiamava Fabricia, di quel periodo rimangono interessanti manufatti conservati presso il Museo della Linguella nella parte bassa dell’abitato. L’insediamento sembra seguire la parabola dell’Impero Romano, e lo vediamo ricomparire solo nell’VIII secolo con il nome di Ferraja, con riferimento, forse, alle attività estrattive dell’isola. La storia però, per noi, si fa interessante nel 1548 quando i possedimenti elbani, da sempre di grande valore strategico, passano di mano a Cosimo I dei Medici, Granduca di Toscana, che decide di costruire non un semplice fortilizio, ma una intera città, con lo scopo di dominare il braccio di mare antistante Piombino. E’ così che nell’aprile di quell’anno inviò nell’isola un convoglio con il necessario “per gettare le fondamenta di una città forte in quel luogo stesso ove erano sortite e sepolte le terre di Fabricia e Ferraja”, che avrebbe dovuto assumere il nome di Cosmopoli. I lavori furono eseguiti dal Bellucci prima e dal Camerini poi, ma qui gli autori non sono tutti concordi, e proseguirono così di buona lena da essere praticamente ultimati nel 1554. Dagli studi più recenti risulta che il complesso subì alcune notevoli modifiche alla metà del ‘700, quando i Lorena succedettero ai Medici; della stessa epoca sono le prime carte dettagliate delle fortificazioni di cui siamo venuti in possesso, e redatte dal colonnello del Granducato Warren. Nel 1779 arrivarono i Francesi, che negli anni si alternarono con gli Inglesi nel dominio della zona. Nel 1814 fu la volta di Napoleone; in seguito del Granducato prima e del regno di Italia poi; fino ad arrivare agli anni venti, con interventi militari eretti dal regime fascista, ed ai bombardamenti alleati della II Guerra Mondiale. Come si vede di acqua sotto i ponti ne è passata molta, e non ci si può stupire della complessità strutturale degli ipogei.

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E’ importante sottolineare però che, dopo i Lorena, i vari interventi sono stati, quasi sempre, di adeguamento e non di costruzione di nuovi edifici. Vediamo quindi cosa abbiamo trovato ficcanasando qua e la sottoterra, negli archivi, e chiedendo in giro a chi, magari anziano, si ricordava dei buchi usati per giocare quando era bambino.

Attualmente la cittadella fortificata di Portoferraio richiama in pianta la forma di un braccio incurvato che abbia all’esterno (a nord) il mare aperto, verso sud-est la rada, ed al suo interno la darsena; la penisola, perché di questo si tratta, è collegata alla terraferma da una fascia pianeggiante. Si hanno così difese verso l’interno dell’isola e verso il mare. Più cospicue, logicamente, le prime, il cui fronte d’attacco è articolato su ben sette ordini di bastioni. Questi sono raccordati da cortine alle cui spalle si hanno, a sud presso l’inizio della Darsena, la Porta a Terra per l’accesso alla città (pesantemente danneggiata durante l’ultima guerra) e, a nord, il Forte Falcone di forma quadrilatera irregolare che, con i sui 80 metri di quota, domina sull’abitato. Da questo una cortina si spinge fino all’estrema punta settentrionale, dove si trovano il Bastione dei Mulini e la Villa di Napoleone. Un’altra cinta protegge la città da questo punto fino al vicino Forte Stella, così detto per la sua forma a cinque punte. Dalla costruzione altre cortine scendono costeggiando il fianco sud-orientale della Darsena (al cui centro è la Porta a Mare) e si concludono con la ottagonale Torre della Linguella.Già da questa sommaria descrizione salta all’occhio come sui tratti di un complesso notevole e che, per di più, gode di una particolarità che lo rende ancora più interessante ai nostri occhi: l’intera struttura infatti è stata edificata ex-novo, prima cioè che vi fosse un insediamento di una certa consistenza. Questo ha permesso ai costruttori di realizzare un complesso organico, sia nelle sue opere esterne che, e qua viene il bello, in tutte quelle strutture, difensive e non, del sottosuolo che non dovevano tenere conto di fondamenta e vincoli di altro genere. Le fonti storiche sono molto esplicite su questo, tanto che riferiscono che Cosimo I dovette emanare un editto in cui, a chi avesse deciso di trasferirsi a Portoferraio, venivano concesse tutta una serie di agevolazioni, fra cui la grazia se uno non era proprio “uno stinco di santo”: il motivo di un tale gesto era proprio fare in modo che l’abitato non rimanesse, come diremmo oggi, una cattedrale nel deserto. Per la complessità dello studio, peraltro praticamente solo iniziato, risulta evidente come sia impossibile, in queste pagine, darne una descrizione non dico esauriente, ma anche solamente sommaria; vi basti sapere che il sottoscritto, durante le due settimane di permanenza nell’isola, si è recato al mare solo due (DUE) volte: questo non certo per una sorta di stacanovismo speleologico (da cui, vi assicuro, noi Pisani siamo immuni), ma per la vastità e l’interesse del lavoro. Mi limiterò perciò a fornire di seguito alcune considerazioni su quelle che sono state le cose più interessanti portate a termine, sperando di fornire un’idea di come stiano procedendo i lavori e di dove, prima o poi, speriamo di arrivare… per adesso siamo arrivati in diverse fogne, letteralmente con la cacca fino al collo, o quasi! Iniziamo perciò con quella che è la struttura complessiva della città, creata, come detto prima, tutta insieme: questo fatto è stato ben riscontrato dal GSPI al momento in cui ci siamo messi a frugare nel sottosuolo. Man mano che proseguivano i lavori infatti, e che trovammo l’accesso alle varie parti della rete sotterranea, le strutture incontrate risultavano, nella stragrande maggioranza dei casi coeve e risalenti alla metà del XVI secolo. Inoltre, cosa forse ancora più importante, è stato possibile ricostruire praticamente l’intera rete sotterranea delle acque, notando come tutte le varie cisterne della città siano, ancora oggi, interconnesse fra loro.

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Allo stato attuale infatti, proprio come nel ‘500, praticamente ogni casa del centro storico ha, sotto di essa, una cisterna per la raccolta dell’acqua piovana che dai tetti viene incanalata in questi spazi. Oltre a queste però esiste una rete di cisterne “civiche”, destinate cioè ai bisogni della collettività, che dalla parte alta dell’abitato degradano verso il mare, collegate fra loro da condotte che riversano il contenuto di quelle a monte verso le sottostanti, nel caso in cui le prime siano ricolme. Tramite pazienti ricerche di archivio è stato possibile reperire due documenti interessantissimi: una cartina della prima metà dell’800 in cui sono riportati i tracciati delle condotte delle acque che collegano tra loro gli invasi; ed un documento di un ingegnere del Granducato in cui, cosa curiosa, non solo si trovano gli schemi delle cisterne, ma anche il loro volume (in barili) ed i nomi delle famiglie dai cui tetti la pioggia raccolta finiva in tali ambienti; famiglie che avevano perciò l’obbligo periodico di pulire le grondaie della loro casa affinché l’acqua non fosse inquinata. Allo stato attuale il sistema di invasi risulta in gran parte integro e pieno anche al giorno d’oggi: per dare un’idea dell’importanza, anche architettonica, degli ambienti ritrovati basti accennare che, ad esempio, in tre delle cinque cisterne esplorate, è stato necessario procedere ai rilievi utilizzando dei canotti, trattandosi sempre di ambienti nell’ordine delle centinaia di metri quadri e con un livello dell’acqua che andava dai due ai 7 o 8 metri di profondità. Nella cisterna principale della Caserma de Lauger, oggi adibita a museo e centro congressi, si è dovuto addirittura effettuare un’immersione con le bombole, al fine di chiarire alcune perplessità che erano sorte sull’approvvigionamento idrico della struttura. Il posto più bello rimane però, secondo me, l’invaso che si trova sotto Piazza Padella: qua, scoperchiato un tombino presso una fontanella, si accede, con una calata nel vuoto di 5 metri, ad un enorme salone, colmo d’acqua e perfettamente conservato, dove ci si può rendere conto di come la piazza e gli stessi edifici limitrofi siano sorretti solamente da una colonna centrale e da una serie di volte ad arco! Anche la rete fognaria risalente alla fondazione della città risulta, in un paio di punti di particolare interesse, perfettamente conservata e aimé funzionante: chi si è trovato, in grotta, alle prese con una piena sa, meglio di me, il brivido che dà il rombo dell’acqua che arriva verso di te dall’alto; a Portoferraio non si trattava proprio di un rombo, era piuttosto qualcosa di più simile al rumore di uno sciacquone… misteri della natura! Scherzi a parte certi luoghi ci erano stati segnalati come camminamenti interrati e noi, che siamo ingenui, ci eravamo fidati: per essere interrati lo erano e volendo, se uno scansava i topi, ci poteva anche camminare. La loro visita si è comunque rivelata istruttiva poiché è stato possibile notare alcune tecniche costruttive interessanti, nonché un possibile diverso uso delle strutture nel corso degli anni. Non sono mancati momenti più solari, comprese calate dalle mura a picco sul mare o sulle strade sottostanti: a parte l’aspetto “coreografico” esse si sono rese necessarie per visitare i vari buchetti, simili a feritoie notati nella cinta muraria e che potevano essere vie per l’aerazione e l’illuminazione di vani interni. I nostri tentativi però sono sempre andati a vuoto né, in verità, noi avevamo molte speranze in questo senso: le tecniche costruttive dell’epoca prevedevano infatti il riempimento con terra della zona interna della cinta muraria, ed il suo rafforzamento con pali di legno piantati in prossimità di zone con particolare stress strutturale (le piazzole per i cannoni per esempio). Abbiamo avuto maggiore fortuna quando ci siamo occupati dei camminamenti coperti che collegavano fra loro i vari bastioni: sono stati infatti rinvenuti alcuni spezzoni di tali strutture (il collegamento Falcone-Mulini e Linguella-Pagliai) ed è stato poi anche ritrovato l’accesso all’interno del Bastione del Pagliai, e gli ambienti, probabilmente di rimessaggio, sottostanti quest’ultimo. Soddisfazioni ci sono state date anche dalla visita ai sotterranei dei due fortilizi maggiori (Falcone e Stella) in cui, nella parte sfuggita ai vari rimaneggiamenti, si trovano strutture veramente notevoli come ad esempio un forno per la cottura del pane, uno scivolo per la discesa di animali e carichi pesanti, dei granai con annesse botole di riempimento, ed altre cose curiose. Certo non è tutt’oro quel che riluce, tant’è che nel corso dei nostri “scavi” ci siamo imbattuti in numerosissimi episodi di superfettazione che, specie nel secondo dopo guerra, hanno caratterizzato la ristrutturazione degli edifici dopo i pesanti bombardamenti. Non mancano però episodi di vero e proprio abuso edilizio, in cui il padrone della tal casa, invece di allacciarsi alla rete fognaria, getta tutti gli scarichi in un vecchio camminamento; o il tipo che all’interno di Forte Stella (costruzione, lo ricordo, del ‘500) edifica una bellissima autoclave in cemento armato: certo, perché privarsi dell’acqua? Tanto più che il nostro amico la ama molto, visto che il suo manufatto ha un volume di circa 50 metri cubi. Speriamo almeno che una migliore conoscenza del patrimonio ipogeo porti con se anche il rispetto per un certo tipo di monumenti!

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Voglio concludere questa breve descrizione di ciò che abbiamo trovato con una vera e propria chicca: è necessario però che prendiate le mie parole, come suol dirsi, “con le molle”, poiché l’ambiente che vado a descrivere meriterà ben altri studi prima di poter essere adeguatamente classificato. Si tratta di quella che noi abbiamo battezzato “La Cripta”: l’ipogeo si sviluppa sotto una piazzetta situata nella parte più antica dell’abitato e nelle immediate vicinanze del Duomo. L’ambiente appare, a prima vista, una cisterna, e questo era indubbiamente il suo utilizzo nel secolo scorso (abbiamo trovato scritte datate alla seconda metà dell’800): l’esame attento della struttura, sia per quanto riguarda la pianta che i materiali usati fanno però pensare ad un utilizzo precedente del tutto diverso; anche i pozzi da cui viene prelevata l’acqua risultano posticci rispetto al tetto in cui si aprono, andandone a interrompere la struttura con uno sfondamento rinforzato da travi in pietra. La vicinanza dell’edificio religioso, che in passato era una Pieve, fa pensare ad una specie di cripta (da qui il nome), utilizzata per scopi diversi da quelli odierni. Il fatto che si trovi nella zona romana, e che l’architettura ricordi in maniera impressionante quella delle costruzioni funebri etrusche, potrebbe spingere il ragionamento ben oltre, facendoci ipotizzare un uso dell’ipogeo, per scopi via via diversi, che si è protratto non nei secoli, come è certo, ma addirittura per qualche millennio. Può essere interessante sottolineare come la parte più importante del lavoro sia stata comunque quella che sulle carte, per forza di cose, non compare: il farsi cioè un’idea logica ed organica di tutti i vari tasselli che, scoperchiando un tombino qua ed uno la, prendevano forma. E’ grazie a questo lavoro paziente che oggi abbiamo uno schema abbastanza preciso di molta parte dell’esistente e, soprattutto, sappiamo quali sono le zone che ci possono rivelare le sorprese più interessanti. Si è trattato di una spedizione di assaggio dunque, prologo necessario all’inizio di un lavoro organico e, speriamo, completo. Porci degli obiettivi per il futuro delle esplorazioni è ancora difficile, poiché le strade aperte sono diverse, e la loro discussione ci porterebbe lontano: in linea di massima però sarebbe nostra ambizione trovare uno degli accessi alla rete difensiva sotterranea che, stando alle cronache locali, dovrebbe esistere sotto quella più superficiale da noi indagata. Per la poca esperienza accumulata mi sento però in dovere di escludere il ritrovamento di molti degli ipogei “dati per certi” dagli abitanti del posto: le città si sa, sono piene di leggende, anche se probabilmente molte cose interessanti aspettano ancora che qualcuno vada a riscoprirle. Voglio concludere queste righe, spero non troppo noiose, con doverosi ringraziamenti: all’Amministrazione Comunale di Portoferraio che, da subito, ha riposto in noi una lusinghiera fiducia, ospitandoci e trattandoci come ospiti graditi. All’assessorato all’Ambiente della Regione Toscana, il cui finanziamento permetterà, insieme a quello del COmune, il proseguo degli studi. A Santino, nel cui circolo culturale (camuffato da bottega di un calzolaio) abbiamo scoperto una miniera di informazioni utili. E, soprattutto, agli abitanti di Portoferraio, il cui sguardo stupito ci ha sempre seguito con curiosità, benevolenza e forse, un po’ di compassione quando, sporchi di fango, ci aggiravamo con tute, lampade ed imbrachi, in mezzo ad una folla in costume da bagno.

Simone Betelli
G.S.Pisa www.speleopisa.it

Immagini: tratte da Mucchio Selvaggio

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