La Danza della Morte dell’Enfola

Il rituale della mattanza: adrenalina, superstizioni e geometrie di un’epoca passata

Come frustate. Frenetiche, impazzite, disperate. Fino a un attimo prima la calma. Poi quello specchio d’acqua si anima, diviene increspato caleidoscopio, impossibile via di fuga. La «camera della morte» si colora di sangue. Stremati, vinti, i tonni vengono issati sui «bastimenti», i barconi ubriachi dell’eccitazione dei tonnarotti, protagonisti dell’atto estremo della mattanza, unica risorsa di vita per loro.

Tonnara Enfola

L’attesa (1929) – Tonnara dell’Isola d’Elba – Immagine Elbasun

In quella frenesia si risolvevano metodici preparativi che duravano mesi. Un complesso rituale, fredde geometrie, adrenalina mista a superstizione. Le tonnare come cattedrali sul fondo del mare: 90 mila metri quadri di reti assicurate da migliaia di «mazzere», robusti contrappesi a garantire la tensione della struttura, una quarantina le ancore adagiate sul fondale a 50 di metri di profondità.

Una messa, celebrata nella cappellina vicina all’arsenale, benediceva la «cala» di aprile, un ramoscello d’olivo e alcuni santini accompagnavano l’immersione delle reti in fibra di canapa nelle acque. Quel colore, un pastello dalle sfumature marrone e amaranto, era il risultato della tintura di corteccia di pino alle quali erano sottoposte le reti. Un passaggio che irrobustiva le spesse maglie delle tonnare che assumevano tonalità mimetiche.

L’architettura della tonnara era articolata. Si sviluppava per centinaia di metri: il braccio verticale della croce che sembrava formare prendeva il nome di «pedale» e rappresentava il corridoio attraverso il quale i tonni entravano nel labirinto delle reti. Il «pedale» della tonnara dell’Enfola era fissato a un imponente anello metallico come piantato in uno scoglio alla destra della «Calanca», la spiaggetta del promontorio che guarda in direzione nord. Alla fine del pedale si aprivano le varie «camere», gabbie quadrate che accompagnavano lentamente i tonni verso l’epilogo del loro peregrinare, quella «camera della morte» che esaltava la forza dell’uomo e dei suoi uncini.

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Un’immagine recente della tonnara dell’Enofila

A luglio le reti venivano salpate. Era il raìs, «sovrano assoluto» di quella variegata umanità imprestata alla pesca, a decretare l’inizio della mattanza. Il sangue, le frustate dei «reclusi», le grida e gli incitamenti, ingredienti immancabili della «danza della morte». In quella che assomigliava a una culla tutto si consumava. I tonnarotti, come arpionati braccia e mani a quelle reti, issavano i tonni – pesanti anche 300 chili – sui barconi. Talvolta si aiutavano con gli uncini, con le «chiappitelle».

Sventrati a terra, i tonni, facevano il loro ingresso nella «loggia», dove venivano tagliati a pezzi e messi a bollire in grosse caldaie non ancora intaccate dalle ruggini impietose che oggi, quasi con sarcasmo, dichiarano tramontata una storia passata.

Senio Bonini
Tratto dal numero di marzo 2006 di Trentagiorni

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