La cavalla fascista e altre vicende elbane

primo_lucchesiMentre alla scuola allievi ufficiali ero stato piuttosto disgraziato, un po’ sfottuto e giudicato appena sufficiente, a Portoferraio (per tale destinazione, non gradita, mi offrii volontario alla caserma Lamarmora in Venezia a Livorno dove mi presentai ai primi di luglio) fui sfacciatamente fortunato.

Ottimi i superiori, ottimo l’ambiente, ottima la popolazione. Mi dette solo un leggero fastidio la sera che sbarcai a Portoferraio la prima volta, la gente assiepata sul molo e nelle adiacenze, curiosa di vedere chi arrivava con commenti espressi a voce non alta ma tale da farsi sentire. Ma in seguito e per tanti anni, anche per me quella sarebbe diventata la migliore, se non unica, distrazione dalle monotone giornate elbane.

Dicevo sfacciatamente fortunato perché al ritorno del campo estivo, passato con tutto il reggimento e la divisione in Lunigiana, fui scelto dal maggiore comandante come aiutante maggiore del battaglione. Avevo ancora il grado di aspirante ufficiale!

Tale incarico era piuttosto importante perché si trattava di un battaglione distaccato e quindi era legato ad incombenze varie (vettovagliamento, amministrazione, contatti con i fornitori, ecc. ecc.).

Praticamente i miei contatti giornalieri erano solo con il maggiore, con i comandanti di compagnia (capitani) e con il comandante del presidio militare dell’isola, un colonnello anziano in ausiliaria.

Furono mesi veramente piacevoli, mi restava il tempo per dare sfogo alla mia passione (cavalcare) ed anche per scrivere.

Fu in quell’epoca che scrissi una delle mie prime serie di RACCONTI TOSCANI. Uno, anzi, lo mandai al “Telegrafo” che me lo pubblicò. In esso sfottevo garbatamente gli elbani per la loro napoleonemania.

Scrivevo infatti (cito a memoria): mi fate sorridere con questo vostro Napoleone, immiserito in una dimensione gretta e meschina. Lo sapete o no che qui ci fu mandato e appena poté se ne fuggì? Gli andò male ma non era vero quello che aveva detto: – Ho scelto l’Elba per la bontà del suo clima e dei suoi abitanti. Un corno!

Il Telegrafo me lo pubblicò ma fu il primo e l’ultimo. Intervenne il comandante del presidio che mi rabbuffò: – Cosa si è messo a scrivere? Non l’ha capito che sono guai qui a toccare Napoleone? E poi Lei è un soldato e quindi doveva avere il permesso prima di mandare qualsiasi scritto ai giornali. Detto tra noi, l’articolo era ed è buono e garbatamente ironico. Lo sottoscrivo, ma fuori di questa stanza Napoleone è un mito intoccabile.

Ho detto che mi levai la voglia di praticare il mio sport preferito (cavalcare) ed ebbi la fortuna che alle dipendenze del mio battaglione c’era una piccola scuderia (una diecina di muli e due cavalli) sistemata in quella che (dicevano) era stata dell’imperatore, adiacente alla palazzina dei Molini. Sempre lì vicino c’era anche la colombaia per i colombi viaggiatori, diretta dal maresciallo Lo Moro, il cui figlio Antonino sarebbe diventato, diversi anni dopo, un mio scolaro.

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I soldati addetti alla scuderia avevano l’obbligo di portare fuori ogni pomeriggio, scossi, cavalli e muli per la passeggiata, generalmente nella zona di S. Giovanni. Fu facile per me accattivarmi la simpatia di questi ragazzi con qualche pacchetto di Chesterfield o di Camel (perché allora c’era a Portoferraio un discreto contrabbando – tabacchi e liquori – per via delle navi che venivano a scaricare al pontile Henny il carbone per gli altoforni) o qualche altra cortesia. Nel pomeriggio mi facevo trovare a S. Giovanni e via al galoppo sulla cavalla Quittera lungo lo stradone della località o per le straducole e le mulattiere dell’adiacente campagna. Ricordo bene il nome di questa cavalla che un giorno mi fece un brutto scherzo. Quando trottava o galoppava, ogni qual volta c’era una via o uno stradone sulla destra – si vede che era proprio fascista – scattava improvvisamente da quel lato. Lo sapevo e ci stavo attento ma un giorno me ne dimenticai e dopo un lungo volo mi ritrovai scaraventato in avanti sullo stradone e mi feci anche un po’ di male: un tremendo dolore alle mani, scorticatissime per averle messe davanti al viso per un’istintiva difesa del medesimo.

Mi sdrucii anche tutti i pantaloni ma avevo sempre avuto la prudenza di indossarne, quando mi recavo a cavalcare, un paio di fatica, confezionati con quella tela grigia di fustagno che impedì in quella occasione le escoriazioni alle gambe.

Naturalmente il mio era un abuso.

Un giorno mi scorse il colonnello Caruso che passava con la sua scassatissima macchina e ne seguì una sua solenne romanzina ma fortunatamente tutto finì lì. Era proprio una brava persona!

Di quel periodo erano pure piacevoli le serate domenicali al piccolo circolo ufficiali (si ballava anche) alle quali era invitata la gente-bene della cittadina. Ci venivano eccome! Soprattutto i genitori, guidando i plotoncini (così li chiamavamo noi) delle loro figlie in cerca di marito, e gli ufficiali, soprattutto in quegli anni, facevano gola. Uno di noi ci si impelagò tanto che, sfidato dal padre di una ragazza a duello, riuscì a svignarsela in compagnia del proprio genitore, generale dei carabinieri, venuto a prenderselo.

Giorni belli, sereni, allegri! Consumavamo i pasti dal Grillini (otto lire al giorno) e la sera andavamo al Bar Roma del sor Umberto per giuocare al biliardo oppure in uno dei due cinema. Li ho sempre ricordati con nostalgia anche se già allora, di stanza nella sentinella avanzata dell’impero (definizione di Mussolini) si sentiva avvicinarsi da lontano la terribile burrasca della guerra.

Due notazioni, una lieta e l’altra piuttosto triste.

Quella lieta fu quando una sera dopo una giornata di paghe, rifacendo i conti più volte mi accorsi che mi avanzavano mille lire (le famose mille lire di una notissima canzone molto in voga allora).

Ragionando tra me su che cosa e come era successo, arrivai facilmente alla conclusione che doveva essere stato lo Iacobini, cassiere del Monte dei Paschi, presso il quale la mattina avevo cambiato un grosso assegno, quello delle paghe appunto.

Il mattino successivo, appena la banca aprì (funzionava in quegli anni nel palazzo merlato sulla darsena, distrutto da una bomba: ci sorge ora un albergo) mi precipitai dal suddetto cassiere e gli domandai: – Le tornavano i conti ieri sera alla chiusura? – Macché – rispose – e non ci ho dormito tutta la notte. Mi mancavano mille lire! –

– Allegro allora, sor Iacopini. Le mille lire che le mancavano, le aveva date a me. Eccole!

Uscì da dietro il banco con gli occhi pieni di lacrime per abbracciarmi e mi ci volle del buono e del bello solamente per calmarlo e farlo tornare tranquillo.

La cosa triste fu invece il giorno nel quale, presentatomi dal sor Celebrino per pagare certe note di roba presa nel suo negozio (ramazze, stracci, segatura ecc. ecc. roba che serviva alla pulizia di tutta la caserma Vittorio Veneto), questi mi disse se le fatture le volevo in bianco, già firmate, come il mio predecessore, oppure… Non gli feci finire il discorso. Capii immediatamente cosa c’era sotto quella domanda, un po’ ingenua e apparentemente naturale.

Gli risposi brusco ed un po’ seccato: – Mi faccia la fattura della roba che il maresciallo ha ritirato e le firmi. Si sbaglia se pensa che io…

Chissà da quanto tempo esisteva presso costui e presso altri la buona (si fa per dire!) abitudine di farsi dare le fatture in bianco firmate per riempirle in ufficio. La quantità dei materiali non corrispondeva al prelevamento ma copriva interamente la cifra assegnata. Una modesta ruberia o arrangiamento di qualche centinaio di lire!

Tratto da: Primo Lucchesi, Tra i monti e il mare, Pacini Editore Pisa
Photo courtesy: Alessandro Beneforti

  1 commento per “La cavalla fascista e altre vicende elbane

  1. Angela Lucchesi
    27 agosto 2014 at 22:40

    Vi ringrazio, sono la nipote di Primo, è sempre bello che qualcuno si ricordi di nonno!

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