I turisti dei secoli scorsi

Ingresso della miniera di Rio, stampa di fine Settecento di Sir Richard Colt Hoare

Ingresso della miniera di Rio, stampa di fine Settecento di Sir Richard Colt Hoare

Se il visitatore moderno è attratto dal sole, dal mare e quel di più di “esotico nostrano” che l’Elba offre rispetto al Continente, il “viaggiatore del Settecento e dell’Ottocento”, in cerca di emozioni forti, “restava affascinato da questa terra incredibile”, dai suoi paesaggi, dai suoi profumi e, dai suoi silenzi e non v’è dubbio che fosse così, visto l’incredibile numero di viaggiatori che, dagli inizi del Settecento fino alle soglie del secolo scorso, accorrono all’Elba e ne decantano le meraviglie. I primi ad arrivare sono i naturalisti inglesi, tedeschi e francesi, che vogliono rendersi conto e studiare le meraviglie di questo museo geologico e mineralogico a cielo aperto. Poi è la volta degli “indomiti fedeli di Napoleone” che, provenienti da mezza Europa, inseguono affascinati il mito dell’Imperatore e ne vogliono ripercorrere le tappe, a mo’ di pellegrinaggio religioso.

Tutti ne riportano impressioni forti e memorabili che poi tradurranno, secondo l’estro in poesia, prosa scientifica o in pittoreschi bozzetti. E così l’Elba che dopo le celebri descrizioni degli autori classici, era caduta nel lungo oblio del Medioevo, torna ad essere studiata e descritta sotto i molteplici aspetti, con dovizia di particolari dai naturalisti, dai cronisti e dai vedutisti stranieri, che ne recuperano storia, tradizioni e cronaca. Tanto che ci sembra lecito affermare che molto di ciò che oggi conosciamo del nostro passato, recente e remoto, ce lo hanno trasmesso questi antichi e affascinati turisti, con tutti i pregi e i limiti di quell’ideologia romantica che li pervadeva e talvolta li portava a idealizzare e mitizzare la realtà e la storia.

Louis Laurent Simonin, geologo francese, nato a Marsiglia, il 22 agosto, 1830. Laureato in ingegneria mineraria nel 1852, ha svolto vari incarichi nelle miniere d’Italia e di Francia. Su mandato del Governo francese ha fatto molti viaggi di studio negli Stati Uniti, a Cuba, nelle Indie Occidentali, e nell’America Meridionale e Centrale e all’Isola d’Elba.

Uno di questi, forse il più importante per il nostro paese – Rio Marina, ndr – è l’ingegnere francese Louis Laurent Simonin, che visita ripetutamente l’Elba e poi, con il suo reportage “L’Ile d’Elba et ses Mines de Fer – Souvenir de Voyage” ci regala questo prezioso bozzetto di Rio Marina intorno alla metà dell’Ottocento:

Lungo la costa dove il Monte Giove con l’antico castello merlato, poi il Monte Fico e il monte d’Arco allineati in cupole arrotondate, isolati, come i Puys, crateri estinti di Auvergne. Il Monte Castello, Monte Serra che stagliano le loro cime più all’interno dell’isola e ovunque le pendici delle montagne sono coperte da una fitta vegetazione di macchia come un eterno manto verde. Di colpo l’occhio del viaggiatore scopre un mucchio di case bianche, poi, più avanti, un ponte imbarcatore sul quale un nugolo di uomini vanno e vengono, si protende verso il mare dove sono ancorati numerosi bastimenti. La spiaggia è ingombra di minerale scavato. La terra, fino all’altezza di duecento metri lungo i pendii delle colline, si presenta con un solo colore: un rosso acceso come il sangue: ecco Rio Marina con le sue immense miniere!

L’ultima volta che approdai a questa costa pittoresca fu un giugno del 1864, di mattina. Ero partito da Piombino alle prime luci dell’alba, non senza avere prima espletato, in dogana, tutte le formalità sanitarie di rigore, pari pari, come al tempo del Granduca. Ma dimentico tutti questi piccoli fastidi di fronte l’immensa maestà del mare, e spinto tanto dalla vela, quanto dalle braccia vigorose dei vogatori ben presto arrivo a Rio Marina. Il villaggio si è aperto ai miei occhi sorridente e ospitale, con un aspetto ancor più animato del solito. Davanti a una prima fila di case si tiene il mercato all’aperto. I marinai riconoscibili per il loro berretto frigio, i minatori per la figura arrossata dal ferro e i domiciliati coati napoletani per i gambali di cuoio e il cappello a punta guarnito da più giri di nastri.

Tutti quanti vanno e vengono, comprano e vendono. Sembra una scena de La Muette de Portici con un decoro che non si riscontra affatto nei personaggi dell’opera. All’ombra lungo un muro stazionano gli asinelli che hanno portato le mercanzie al mercato e che lungi dal ritornare a vuoto, dovranno riportare il padrone a casa. Nelle locande e nei caffè sparsi lungo tutto il lungomare, una folla rumorosa mangia, beve. Tra tutti questi locali frequentati dagli avventori si distingue L’Osteria di tutti – il locale per tutti – la cui insegna filosofica, in lettere nere su sfondo bianco, si legge persino dalla spiaggia.

Tirate sulla sabbia vi sono alcune barche da pesca, sotto le cui tende vivono indisturbate le famiglie dei pescatori. Una linea di punti brillanti metallici, neri, polvere di minerale cristallina, distaccata dal minerale, marca il confine tra il mare e la terra e fa da sabbia per la spiaggia. Le acque del mare fino a grande distanza sono colorate di rosso, a causa delle acque del Rio che riceve gli scarichi delle terre ferrifere.

Il cielo e il mare sono calmi. All’orizzonte immerso nella nebbia, si distingue Piombino: una curva indecisa, sinuosa, fa trapelare le Montagne della Costa Toscana. Si scorgono meglio la torre di Cerboli e il faro di Palmaiola, che sembrano sorgere dal seno dell’onda. Sulla riva, la Torre degli Spagnoli, ancora in piedi, segna il limite della rada, e un po’ più lontano sul mare, uno scoglio separato dalla costa sembra indicare ai futuri ingegneri un secondo punto d’appoggio per la fondazione di un molo. I bastimenti ancorati a largo attendono il loro turno di caricazione. Più fortunato dei suoi vicini, un grosso brigantino marsigliese collegato al ponte imbarcatore da una passserella traballante riceve entro i suoi bordi il minerale di ferro, in blocchi e minuto. Il capitano va e viene pensando all’atteso momento della partenza, mentre un nugolo di facchini carichi corrono lungo i ponti, svuotando a turno le loro coffe sul fondo della stiva. Arrossati per la polvere di ferro, poco vestiti e a piedi nudi, s’incitavano al lavoro gridando, come dovevano agitarsi i Fellans del faraone quando costruivano le piramidi portando grosse pietre sulle spalle. 

Ai bordi del mare davanti a un monte di minerale sufficiente a caricare un’intera flotta ci sono gli apparati di cernita e di pesatura. Là sta il capitano di gita, figura ufficiale giù dal tempo dei Pisani comandava la squadra di caricazione. Le stadere, i pesi sono ancora lì da molti anni, essendo gli stessi che venivano usati al tempo dei Pisani e poi dei Medici e dei Granduchi di Lorena che di volta in volta hanno conservati con religioso rispetto queste venerabili reliquie. Una lunga fila di asini carichi di ceste discendono dai sinuosi viottoli della montagna condotti da dei bambini che al ritorno, poi, trovavano comodo farsi trasportare sul basto di uno dei loro asini. Questo è l’aspetto animato che, durante le belle giornate d’estate, presenta Rio Marina vista dal mare o dalla spiaggia ed io ammiro a lungo, uno dopo l’altro tutti i dettagli di questo curioso scenario, che invano cercheremo altrove.

I lavoratori impegnati nell’estrazione e nel trasporto del minerale sono quasi tutti paesani. Gente di Rio che abita in un villaggio che arroccato sulla montagna, Rio Alto, e che sfruttano i giacimenti dei Rio Marina, Rio Albano e Vigneria. Mentre la gente di Porto-Longone sfrutta, la miniera di Terra Nera; quelli di Capoliveri, i giacimenti di Calamità. Tutti i lavoratori sono pagati a salario fisso; raramente vengono retribuiti a giornata. In entrambi i casi, possono ritenersi soddisfatti quando riescono a riscuotere 1,50 o 2 franchi al giorno.

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I meno compromessi tra i briganti delle regioni di Abruzzo e la Calabria i manutengoli del Regno di Napoli, esiliati nelle isole dell’Arcipelago Toscano, forniscono preziosa manodopera ai lavori della miniera Elba. Sotto il nome di domiciliati coatti o internati (in altre parole residenti forzati), lavorano a Rio per il magro salario di 40 centesimi al giorno, escluso l’alloggio, che il governo italiano concede a tutti i deportati politici. L’idea è venuta di utilizzare alle miniere questi “pensionati” dello Stato senza però ricorrere alla coercizione. I manutengoli hanno accettato volentieri questo lavoro, e non hanno tardato a percepire lo stesso salario dei lavoratori di paese, dai quali tuttavia è necessario separarli, a causa delle numerose risse che spesso si concludono a colpi di coltello. Comunque sia, questo forte apporto di braccia è arrivato più che a proposito, poiché dall’unità d’Italia in poi, i lavoratori di Rio non portano più la coffe se non come in caso di necessità. Chi può trova un altro lavoro, nel cogliere con impazienza l’opportunità, e la gioventù del paese non vuole più prestarsi a ciò che essi chiamano un lavoro da bestie da soma. Che altro non è che una conseguenza della rivoluzione avvenuta in Italia, che ha così naturalmente  elevato il livello intellettuale e morale del popolo, che tutti i precedenti governi si erano accaniti a tener basso.

I manutengoli che hanno tranquillamente accettato la nuova posizione di esuli e di minatori, sono meno difficili della gente di Rio, questi Riesi così rapidamente convertiti al regime di libero lavoro, ma che hanno anch’essi le loro disgrazie. 

Scorgo un giorno a Vigneria tre di questi rudi cavatori intenti a fare il foro di una mina. Uno sta seduto sulla roccia, tenendo la stampa di ferro nelle mani, e gli altri due, armati di una pesante mazza, battono alternativamente sulla testa della stampa (Illi inter sese multa vi bracchia tollunt in numerum). Un ramoscello di felce adagiato davanti al foro, impedisce agli schizzi di saltare sul viso dei minatori, l’operaio seduto girava il ferro ad ogni colpo. Gli uomini erano ben raggruppati, vestiti in modo pittoresco: feltri conici, ghette a bottoni. Tipi così potrebbero servire come modelli: figure abbronzate, barbe nere, occhi brillanti d’un lampo tenebroso. Li approccio: – Ebbene amici, ce la passiamo bene qui, il clima è bello, il paese è salubre, il vino è buono! – Eccellenza, risponde uno di loro lanciando uno sguardo inquietante verso il mare, è vero, ma questa non è la nostra patria.

A cura di Lelio Giannoni

Tratto dal periodico La Piaggia – Anno XXV – N. 100 – Inverno 2008/2009

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