Galeotto fu il Sole, a Porto Azzurro

Il 16 gennaio 2005 appare sul “domenicale” – l’inserto culturale de Il Sole 24 Ore – un simpatico Contrappunto di Riccardo Chiaberge che narra di una corrispondenza tra la redazione e un detenuto dallo scrivere forbito ospitato al Forte San Giacomo di Porto Azzurro. L’Elba, è proprio vero, ospita genti originali anche dove meno te lo aspetti. Lo scritto è disponibile nell’archivio storico del settimanale che da pochi giorni è stato messo online.

 

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Lo chiameremo Gino, anche se non è il suo vero nome. Come definirlo? Per noi è molto più di un lettore qualsiasi: è un aficionado, un esti- matore, staremmo per dire un amico. Eppure non conosciamo il suo volto, né la sua voce. Perché Gino non ha accesso al telefono, fisso o mobile. Non ha nemmeno un indirizzo email. La sola forma di comunicazione che ci unisce è la carta e l’inchiostro, come si usava una volta. La sua prima lettera porta la data del 18 ottobre 2004: «Chi le scrive è un galeotto di Porto Azzurro che ogni domenica assapora il supplemento culturale del Sole 24 Ore.

«A causa di uno dei tanti motivi incomprensibili del mio iter monastico, ieri, con vivo dispiacere, della copia del giornale regolarmente distribuita non ne ho vista l’ombra». Seguiva una supplica elegante e accorata: «Prendo il coraggio a due mani e gliele giungo se mai avrà l’amabilità di farmene grazioso invio a titolo di omaggio. In ogni caso vado a riservarle un posto particolare durante le divozioni serali». Non avremmo mai immaginato che la lettura delle nostre pagine potesse riempire un vuoto così grande, né che un carcerato fosse in grado di usare la penna meglio di tanti liceali, e perfino di certi scrittori a piede libero. Così, il Domenicale perduto ha spiccato il volo alla volta dell’ Isola d’ Elba.

E puntuale, il 4 novembre, è arrivata la risposta: «Desidero ringraziarla per l’apprezzato invio. Soprattutto le inaspettate parole di accompagnamento mi hanno fatto riflettere sul termine “humanitas” di cui la nostra lingua, dopo il Cinquecento, ha perso il nobile segno distintivo». A Natale gli abbiamo mandato gli auguri, e la sua replica ci è giunta pochi giorni fa, scintillante e forbita come sempre: «Se non avessi ereditato dall’educazione familiare la concezione non retributiva dell’agire mi adoprerei presso qualche entità alata per farle assegnare un’adeguata ricompensa». L’augurio finale è espresso in friulano: «Mandi» (nelle mani di Dio, o mi raccomando).
Ignoriamo quale pena stia scontando il nostro Gino, e per quale delitto sia ospitato a Forte San Giacomo. Certo, se dorme in quella cella da sei anni, non deve trattarsi di una cosetta da niente. Abbiamo provato a digitare su Google le sue generalità, ma la ricerca non ha prodotto risultati. La coppia Erika e Omar, tanto per fare un esempio, colleziona ben 4540 citazioni. Gino è un detenuto qualunque, non fa notizia. Non va in televisione, non tiene rubriche sui giornali, non può contare su leggi ad personam né su lobby trasversali o su appelli per la grazia. In compenso ha tanto tempo per leggere, e tanta sete di cultura. In questo paese di prescrizioni facili, di crimini impuniti e di mafiosi in vacanza premio, qualche volta si ha l’impressione che i migliori stiano proprio in galera. «Mandi», caro Gino.

r.chiaberge@ilsole24ore.com

Per chi volesse scaricare il giornale del 16 gennaio 2015

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