Corsari e pirati

Donna Francesca d’Arrigo di Elba essendo l’armata turchesca venuta e ucciso suo marito, povera vedova con due figliolini chiede di poter innalzare case a Portoferraio senza pagare pigione”

“Frà Diodato da Marciana dell’Elba espone che è già da un anno che riceve da Essa 80 ducati per riscattar sua madre e sua sorella dalle mani dell’infedeli le quali ancora non sono recuperate ed ammonito a restituire detta somma e trovandosi al presente molto occupato chiede di trasferire nel tempo il debito”

“Ritrovandosi Agnese da Mannuccio da Rio de l’Elba, povera e priva del suo marito qual è nelle mani dei turchi e però molto bisognosa d’aiuto di S.Ec.ma essendo che le sue facoltà per le mine in quell’isola fatte dall’armata turchesca sono ridotte a tale che ci porta ad abbandonarle per non poter sostentare sé e i suoi figlioli che son cinque con molta suplica farle elemosina di una casetta nel porto di Ferraio dove finch’ella vivrà sarà sua”

“Dimitri di Damiano ungharo cascato in mano ai turchi stette sulle loro galere per 7 anni poi fuggì in Portoferraio quando i turchi passarono di qui. Preso fu messo in catena sulla galeotta. Supplica la libertà.
Risp.: come le galere ritornano sia ricordato a Sua Ecc.ma”

“Venanzio di Piero da Campo avendo avuto 70 scudi d’oro per riscattar un suo figlio in mano ai turchi in Algeri e detto Vananzio andato in Algeri trovò suo figlio essendo al presente in povertà non puole adempire alla rendita e a pagar la quota del riscatto può restituire solo 20 scudi e supplica di restituire il resto il prossimo anno”

“Carayi d’Armenia, cristiano, due anni sono quando l’armata turchesca era intorno all’isola d’ Elba trovandosi schiavo sopr’essa, fuggì in Portoferraio con ferma speranza di essere libero perché cristiano fu messo alla galeotta e non essendo atto al remo chiede pietà si degni liberarlo dalla catena egli lavorerà a terra e sarà utile a tutti”

“Niccolò di Matteo da Marciana umilmente supplica e si raccomanda esser contenta la S.V. far opera di misericordia per li poveri prigionieri che si ritrovano in mano ai turchi. Per tanto supplica S.V. mi voglia accomodar di venti visti per riscattar una mia sorella che si trova in Costantinopoli”

“Antonio di Cerbonio da Marciana si raccomanda vogli aiutarlo a riscattar una sua donna da li mano dei turchi e servono sessanta scudi d’oro, lui al presente ne ha solo trenta chiede gli altri trenta che restituirà nei prossimi anni”

“Gli uomini e la comunità di Rio supplicano S.Ecc.ma si degni osservarli col benigno occhio della sua innata clemenza. Desiderano tutti vivere sicuri dalle furie dei turchi che li hanno condotti ormai a tanta miseria e povertà che poco poco manca che muoiano di fame. Ci hanno distrutto la nostra Chiesa che era un poco di rifugio dai Corsali la quale desideriamo risettar e fare un recinto di mura per una spesa di 300-400 scudi. Essendo la nostra forza debole ricorriamo a S.Ecc.ma e la preghiamo per l’amor di Dio si voglia degnar porgerci il suo aiuto così siamo sicuri già sin da ora di non andare in mano agli infedeli noi e i nostri figli come spesso accade in passato. Con ogni umiltà ci raccomandiamo e la preghiamo si degni mostrarci quella sua pietà che è solita mostrar a tutti gli bisognosi che altrimenti temiamo per cosa certa che una notte all’improvviso saranno tutti preda della rabbia turchesca tanto inimica alla vostra felice patria e di nuovo si raccomandano di liberarli da certi pagamenti e gravezze all’Auditor di Piombino e tali denari si potranno mettere alla fortificazione di detta chiesa”

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Queste sono alcune suppliche che singoli sudditi ma anche comunità dell’Elba (Rio, Capoliveri, Campo, Pianosa ecc.) inviavano ad Agnolo Guicciardni tra gli anni 1553-1557, pochi anni dopo la fondazione di Cosmopoli (1548), perché si facesse interprete presso il duca Cosimo I delle loro esigenze, bisogni.
Descrivono bene lo stato di miseria, di paura e di mercè agli “infedeli turcheschi”.
Solo il duca rappresenta la salvezza in quanto se esaudiva la supplica, era in grado di poter pagare l’oneroso riscatto richiesto tramite l’opera intermediatrice dei padri Mercedari e Trinitari.
Il Duca accettava sempre di esaudire la supplica.
Le suppliche sono i documenti di archivio più antichi contenuti nell’archivio storico comunale di Potroferraio.
Ne ho trovata una, manoscritta come tutte le altre, che è relativa ad una supplica un po’ “particolare” non per ottenere denaro per il riscatto di parenti predati dai mussulmani ma per ottenere uno “sgravio fiscale” e per ottenere che suo marito possa cavar “qualche barcata di legno… per sostentamento dei suoi figlioli
E’ scritta il 18 aprile 1556 .
E’ una supplica importante perché si connette all’episodio storico riportato dai cronisti storici dell’epoca come Giovan Battista Adriani (“Istoria de’ suoi tempi”, Venezia 1587) per il quale “il tremendo corsale“ nell’anno 1543 a capo dell’ ‘armata turchesca’ giunto nella baia di Portoferraio ”…mandò in continente una galea a Piombino,minacciando se non li era dato un fanciullo del Giudeo Corsale, che già era stato preso a Tunisi, dove era nato da una donna dell’Elba, predata già da quel corsale, il quale ora si trovava in potere del Signore di quel luogo. Che abbrunerebbe l’isola e disfarebbe Piombino: et ricevendolo, prometteva di non far danno veruno…” (GB Adriani)
I pirati mussulmani avevano invaso l’isola d’Elba nel 1534, guidati da Ariadeno Barbarossa, distruggendo Rio e Grassera. Gli abitanti superstiti portati prigionieri a Tunisi,  furono liberati l’anno dopo dall’imperatore Carlo V. Nel 1543 la flotta di Solimano II, che si era alleato col re di Francia Francesco I nella cosidetta “empia alleanza”, tornò a navigare verso il Tirreno, guidata ancora dal Barbarossa.
Anche in questa circostanza Cosimo I dopo aver trattato con l’imperatore si accinse a inviare le sue truppe in difesa di Piombino. Dopo essere sbarcati a Longone, i turchi inviarono una delle loro galere a Piombino per chiedere a Giacomo V la restituzione di un fanciullo di una donna di Rio (Emiliana d’Ercole come risulta dalla supplica sopra accennata) e di Sinam Pascià, detto “il giudeo”, che era stato catturato da una galeotta piombinese e dal 1539 viveva presso Giacomo V, che lo aveva fatto battezzare e istruire nella religione cattolica. Giacomo V mentì: disse che il fanciullo non si trova né a Piombino né all’Elba ma si sarebbe impegnato a ritrovarlo e consegnarlo al padre.
Il Barbarossa allora se ne andò in Provenza ma l’anno dopo insieme ad alcune galere francesi tornò all’Elba facendo scalo a Portoferraio. Di qui ricordando la promessa rinnovò la sua richiesta a Giacomo V che rispose negativamente. La reazione fu tremenda perché i turchi risalendo da Portoferraio devastarono Capoliveri cercando di farsi strada verso Rio. Giacomo V tornò sui suoi passi e sottoscrisse un accordo col Barbarossa.
Questa la supplica di Emilia d’Ercole scritta da Lelio T. al duca Cosimo I dei Medici :
“Supplica all’Ecc.ma V. Emilia d’Ercole da Rio sua serva indegna già rapita da quel famoso pirata detto il Giudeo, da quale si fece un figliolo, qual poi Barbarossa rivolse dalla felice memoria del sig. Giacomo e invitto signore di Piombino per il che ne successe la liberazione di tutto questo stato come è noto e ditto Signore volendola ristorare in qualche cosa li concesse un’ampia patente e faceva eliminatione di ogni gravezza e personale e al suo marito e i suoi eredi imperpetuo in Ferraio. Supplica Ecc.ma Vostra si voglia degnar renovargli ditta patente e concederli le medesime grazie et in più supplica la medesima Emilia che si voglia sgravarla di un obbligo (….) di scudi quattro sopra una casa che lei gode in Ferrajo e in paga per pigione li detti scudi quattro.
Appresso supplica la medesima Emilia come bisognosa e povera che il suo marito possa cavar del stato qualche barcata di legno o almeno qualche gondolata per sostentamento dei suoi figlioli e lei sempre pregherà Iddio per suo felice stato eumilomente all’Ecc.zia si raccomanda.
Lelio T. Apr.’56
Add’ 24 Aprile 1556 ritornata da S.G.I. “

Nel 1553 un’altra flotta gallo-turca,guidata da Dragut Rais fece scalo all’isola di Montecristo devastandolo e poco dopo sbarcò a Longone, il 7 agosto, devastando Capoliveri, Rio, Poggio, Marciana, S.Piero, S.Ilario. A Portoferraio i turchi cercarono invano di attaccare le fortificazioni medicee che resistettero e perciò si diressero all’isola di Pianosa, devastandola e da qui in Corsica.
La flotta turca guidata nuovamente da Dragut tornò nel 1555. Cosimo I aveva il tempo di presidiare Portoferraio e tutta la costa. Respinti dalle mura di Piombino, i turchi si diressero a Longone. Quasi tutti gli elbani si erano rifugiati nelle mura di Portoferraio così Dragut fu costretto a lasciare l’Elba e si diresse in Corsica. Anche nel 1556 e nel 1558 i turchi tornarono, ma evitarono di accostarsi a Portoferraio conoscendo l’inespugnabilità delle sue mura, ma sbarcarono in altri luoghi dell’Elba. Cosimo I allestì una flotta col compito di navigare continuamente tra Sicilia e Liguria. Soltanto dopo che i mussulmani furono sconfitti a Lepanto i timori di nuove invasioni cessarono. La battaglia di Lepanto (1571) avvenne 51 giorni dopo che era avvenuto l’infame episodio del veneziano Marcantonio Bragadin nella difesa di Famagosta…

Chi era Barbarossa?

Userò le parole dello scrittore elbano Luigi Berti:

“…per la storia, Barbarossa, oltre il tedesco Federico, è il nome dato dai dotti, sugli indizi di marinai francesi, spagnoli e italiani, a due bey o sovrani d’Algeri a cagione del colore della loro barba.
Il vero nome del primo è Oroush e non Aroudy come si legge in tutte le biografie. Era questi figlio di un rinnegato non si sa se greco o maltese e corsaro nel Mediterraneo venne in grande reputazione d’ardire e d’intrepidezza. Le sue continue vittorie, più tardi, dovevano agevolargli l’usurpazione del sommo potere algerino. Difatti nel 1516 Oroush detronizzò e uccise il sovrano d’Algeri Salem-ibn-Temi del quale era al servizio e si mantenne in quella città con crudele reggimento e con nuove vittorie sugli spagnoli e sui piccoli signori delle coste berbere.
Oroush fu ucciso a Tlemcen nel 1518 in un’imboscata tesagli dal governatore di Orano.

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Il Babarossa, però, così ferocemente noto nella storia elbana è Khayr Eddin nome corrotto da alcuni storici occidentali in Ariadeno e da altri in Sceredin. Era questi fratello di Oroush e suo successore nel dominio di Algeri. Per il timore di una sollevazione generale nei suoi possessi, egli si mise sotto la protezione di Costantinopoli, Selim I che gli mutò il titolo di bey in quello di bassà o vicerè e gli mandò duemila giannizzeri per la sua sicurezza personale. Ariadeno, dopo aver corso predando e rovinando le coste mediterranee, fu chiamato da Solimano II al comando dell’armate navale dei turchi. Allora il Barbarossa saccheggiò con le sue repentine incursioni, più frequentemente e preferibilmente le coste italiane. Prese Castelnuovo, battè Andrea Doria, Reggio Calabria, Terracina, Fondi, Telamone, Port’Ercole, Piombino seppero i suoi furori; Procida, Montecristo, Giglio le sue ferocie; fu vittorioso davanti a Candia rovinò Nizza e se ne venne con le sue flotte fino a Marsiglia, alleato di Francesco I di Francia. Fortificò Algeri, Tunisi e Biserta. In Tunisi, nel 1555, ove stazionava abitualmente con l’armata di Solimano, fu assalito da Carlo V che personalmente guidava le navi spagnole, desideroso di por fine ai gravi danni arrecati dai pirati del Barbarossa alle marinerie e alle città cristiane.
Tunisi battuta da tutte le parti nonostante la furiosa resistenza di Khayr Eddin dovette cedere.
Ma quando l’imperatore entrò trionfalmente in città, liberando oltre ventimila infelici che lambivano nella più dura schiavitù, non fu possibile catturare il Barbarossa fuggito, non si sa come, all’ultimo momento.
Khayr Eddin ebbe per l’Elba una feroce predilezione. Nel 1534 vi distrusse Rio e Grassera, spopolandone le terre. Vi ritornò nel 1543, dopo la fuga di Tunisi, quando riprese il comando della flotta ottomana pieno di rabbia e bramoso di rivincita. Con 130 galee reduci dall’impresa pizzarda (1544) si ancorò nel seno delle Grotte, nel golfo dell’antica Ferraia, e di là chiese come già aveva fatto a Longone a Giacomo V Appiani la restituzione del giovane Sinaam, figlio del moro Delasman generale delle galere di Solimano II e di una grasserese liberata a Tunisi e che gli Appiani avevano adottato non avendo eredi. Giacomo V mal consigliato rifiutò ancora, allora il Barbarossa per rappresaglia, ferocemente distrusse Capoliveri e la fortezza di Luceri (oggi S. Lucia), tentò invano il Volterraio, fino a che l’Appiani per por fine alle inutili stragi restituì il giovanetto. Raccontano le storie prodigiose che appena la galea turca, di ritorno da Piombino con Sinaam, ebbe sormontato il Capo delle Viti, le grida gioiose dei barbari e lo strepito del cannone fecero rimbombare l’aria e le valli circonvicine. Barbarossa abbracciò il giovinetto col più vivo trasporto e lo creò comandante di sette galere. Fu quest’ultima azione del Barbarossa poiché rientrato in Costantinopoli, con 7000 prigionieri, poco tempo dopo vi morì per sfinimento di lussuria nel 1546….” (Luigi Berti,scrittore elbano)

Chi era Dragut?

Ancora Luigi Berti mi aiuterà a descrivere questo feroce rais:

“….Dragut rais altro feroce nemico dell’Elba fu per molti anni luogotenente del Barbarossa e fu lui che alla morte di Khayr Eddin ebbe in eredità il comando della sua flotta e l’alta gloria di proseguire l’imprese del degno maestro di rapina, pur se di questi non ne ebbe la lealtà e tutta l’arditezza. Il 29 giugno 1543, per esempio il Barbarossa, racconta il cosmopolitano Lombardi, gettate nella campagna romana le sue orde di sbarco, a Ostia, dopo aver assicurato al cardinale Carpi, sostituto del pontefice in quel tempo a Bologna, che non avrebbe danneggiato lo stato del papa richiese per le sue truppe rinfreschi, che gli furono dati, ed egli pagò puntualmente il conto.

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Dragut nato in Anatolia, nel distretto di Serulus, anch’esso da parenti cristiani, ingaggiatosi nella marina ottomana divenne in breve capitano. Con un legno confidatogli dal Barbarossa infestò i lidi di Spagna, di Sicilia, d’Italia. Preso dal Doria durante una spedizione contro la Corsica e caricato in catene con tutti i suoi compagni, fu riscattato da Khayr Eddin per la somma di tremila scudi. Da allora si attaccò al Barbarossa e ne divenne il braccio destro, l’aiutò ad impadronirsi Castellamare, costrinse Andrea Doria a fuggirgli dinanzi e starsene spettatore innocuo dei sacchi e degli incendi dei lidi di Calabria e di Napoli. All’Elba calò il 7 agosto 1553 dopo aver saccheggiato la terra di Rapallo, con una flotta di sessanta galee e ventidue galeotte. Diroccò Capoliveri per prima Rio, non incontrò sorte migliore ,né la torre del Giove, ultime Campo, Poggio, Marciana subirono la stessa fine. Ma quando si trattò di assalire i baluardi della nuova Cosmopoli il Dragut ritrattò la promessa che aveva fatto al Polino di espugnarli e non valsero le premurose istanze dell’Ammiraglio francese a smuovere il pirata dalle sue decisioni. Il rais abbandonò l’isola nel decimo giorno dal suo arrivo in questa. Evidentemente i tempi erano cambiati. Cosimo dei Medici troppo curava la difesa del suo nuovo dominio e le popolazioni, abbandonate le terre aperte, avevano ben poco da temere in Portoferraio.
Quando nel 1555 il Dragut, dopo aver di primo impeto assaltato Populonia e dopo essere stato respinto a Piombino, passò nuovamente all’Elba, i suoi sforzi s’infransero ancora sotto i forti medicei di Cosmopoli. Stette si ancorato con la sua flotta sedici giorni a Longone, fece scorrerie nell’isola con le solite devastazioni, ma Portoferraio ancora lo spaventò e lo indusse a ritornarsene in Levante non senza gravi perdite e scorno. Né più il Dragut tornò all’Elba. Caduto in disgrazia, Solimano gli negò il governo d’Algeri. Nel 1565 il pirata trovò la morte per lo scoppio di una mina all’assalto di Malta. Con la sua fine la potenza barbaresca nel mediterraneo subiva un grave colpo. Si concludeva un’opera cominciata con l’infelice assedio di Algeri da parte dei cavalieri di Malta e continuata con la presa di Tunisi nel 1535….” (Luigi Berti scrittore elbano).

Cosa rimane di tutto questo oggi all’isola d’ Elba ?

Fortezze, castelli distrutti dal tempo quanto dall’incuria: il Volterraio, il Giove, Luceri, Grassera, S.Quirico ed altri.
Restano documenti d’archivio che ho sopra trascritto e pubblicato (1) dopo che ho fatta una ricerca nell’archivio storico del comune di Portoferraio e, certamente, altri documenti esistono in archivi sparsi sull’Elba.
Luoghi di toponomastica locale elbana.
Rimangono splendide leggende di fanciulle innamorate, tutte con tragico fine.
Leggende d’amore e di passione che una volta le nonne durante le veglie invernali raccontavano ai nipoti
A Capoliveri, nella spiaggia che porta il nome “dell’innamorata”, una fanciulla si getta in mare e muore per andare insieme all’innamorato rapito dai corsari.
A Portoferraio, sulla spiaggia delle Ghiaie, Maria Grazia muore andando alla ricerca “del sorriso più bello del mondo” quello del suo amore, il giovane figlio del bey di Tunisi, morto davanti a lei inghiottito dalle onde del mare.
E, infine, rimane un modo di dire tipico nostro, di noi elbani, quando si paventa un pericolo “Mamma, arrivano li turchi!

Marcello Camici
Medico
Docente universitario all’ università di Pisa

1) Marcello Camici
“L’Elba tra il medioevo e il rinascimento.Viaggio alla scoperta di un’isola”
Ginevra Bentiviglio Editoria.Roma.2009

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