Quando le brume oscure della sera calano sul versante di Rio Elba, è dato cogliere, specie d’inverno, un effetto luminoso particolarmente suggestivo al quale forse pochi hanno fatto caso.
Avviene quando nell’oscurità incipiente, la facciata della chiesa di Santa Caterina e il suo caratteristico campanile sembrano rifulgere di luce propria, mentre tutto intorno le ombre si diffondono segnando le forre e i versanti scoscesi, dove più cupi si fanno anche i cipressi che risalgono il sentiero.
Come investita dalla luce a taglio di un potente riflettore teatrale, Santa Caterina irraggia allora l’ultimo splendore della giornata, in un’atmosfera di silenzio e di solitudine.
E’ l’ora del tramonto, quando il sole calante si insinua nel giogo montuoso dell’Aia di Cacio e indirizza un netto fascio di luce che sembra trafiggere l’oscurità per poi arrestarsi sull’eremo. Quasi un saluto, una carezza, prima delle tenebre della notte.
Come un segno che sembra voler rimandare a altri significati, a remote suggestioni che invitano a immaginare un lontano passato, un passato intriso di mitologia e leggenda.
Scrive Cesare Pavese in un suo saggio sull’origine del mito: “Una piana in mezzo alle colline, fatta di prati e alberi e quinte successive, nelle mattine di settembre, quando un po’ di foschia la spicca da terra, t’interessa per l’evidente carattere di luogo sacro che dovette assumere nel passato …
… carattere, non dico della poesia, ma della fiaba mitica è la consacrazione di luoghi unici … Così sono nati i santuari. In essi accaddero cose che li hanno fatti unici e li trascendono sul resto del mondo con questo suggello mitico”.
Possiamo estendere questa considerazione all’Eremo di Santa Caterina, dove il sole indugia carezzevole prima di eclissarsi oltre il crinale del monte Serra?
Le radici di Santa Caterina affondano nella vena del ferro. La vena del ferro oggi è muta, ragioni di mercato l’hanno costretta al silenzio, ma dentro la terra il metallo vive ancora e respira. Gli Etruschi e poi i Romani, sfruttarono le miniere situate in prossimità dell’eremo. E’ quindi plausibile che essi abbiano utilizzato per i loro riti sacri proprio quel luogo, attratti dalla singolarità delle sue caratteristiche naturali e ripetendo una scelta che con ogni probabilità veniva loro da un lontanissimo passato di culti pagani.
Santa Caterina segnata dai raggi del sole al tramonto ha evidenti caratteristiche di un luogo deputato al mito. Anche le gentili leggende della sua edificazione nel ‘600, quella del pastorello a cui Santa Caterina di Alessandria si mostrò indicando il lunedì di Pasqua come giorno della sua ricorrenza, oppure quella della originaria piccola costruzione rivolta al mare, che al cospetto di un altro pastorello si sollevò in cielo per farsi più bella e per poi adagiarsi con la faccia rivolta a Rio Elba, circonfondono l’eremo di un fascino misterioso e particolare.
Narravo queste cose, un giorno, all’amico Surapon, il pittore tailandese, e lui con accesa fantasia e penetrante spirito di osservazione realizzò un pregevole acquarello che ha conosciuto diverse esposizioni e che conserviamo riprodotto sulla copertina di un Quaderno di Santa Caterina.
Si intitola: “ultimi raggi di sole a Santa Caterina”.
Voto: 0,0 su 5. | Dai il tuo voto | Commenti (0) | Scrivi Commento
Per vedere l'Isola d'Elba dal satellite.
Buon volo!