
Se si potesse tenere una Hit-parade per designare la passeggiata più amata dai riomarinesi sono convinto che la via del Porticciolo vincerebbe alla grande: per i più anziani è fonte di ricordi e nostalgie, legati alle scampagnate domenicali nelle vecchie casette, circondate dalle vigne che i nostri nonni coltivavano mirabilmente mentre per i più giovani è divenuta, abbastanza di recente, la meta per fare del footing immersi nel verde, nel silenzio, nel profumo di mare che a folate sale dalla costa frastagliata.
Fu nei primi anni cinquanta che venne progettato il tracciato della nuova strada che avrebbe dovuto sostituire il viottolo, disagevole e pieno di saliscendi, che iniziava da Santa Filomena e passando davanti a Villa Lia proseguiva tortuosamente verso le campagne più lontane, viottolo percorso nei giorni della vendemmia da file di somari coi loro carichi di ceste tinelli ma che l’avvento delle automobili aveva ormai reso sorpassato.
L’ostacolo più grande alla realizzazione del nuovo tracciato era il costone di nera e durissima ilvaite – una delle rocce più rare al mondo – che scendeva da Cetolone e cominciando a destra dalla vecchia Torre proseguiva per un centinaio di metri verso la punta della Marina di Gennaro.
Solo nel 1954 con una serie impressionante di mine fu squassata fragorosamente la roccia che precipitò nel mare pochi metri più in basso e il taglio della strada ebbe inizio. Per mesi, avanzando a fatica nel fianco del costone, si lavorò duramente, ma scoprendo, dopo ogni brillio di mine, un tesoro di geodi tappezzate da lunghi cristalli neri e traslucidi, che fecero la gioia dei tanti studiosi di minerali accorsi qui per ammirare queste rarità, ora esposte nei musei pubblici e privati in ogni parte del mondo.
Ancor oggi, percorrendo a piedi quel tratto di strada, si possono vedere i resti, ormai saccheggiati e devastati, di quelle piccole cavità che negli anni sono state ricoperte in parte da cascate di fichi d’india che calano dall’alto, misteriosamente, fin quasi sull’asfalto.
Così come è misterioso il fiorire, tra quelle rocce durissime e aride, di grosse piante di malva e di violacciocche multicolori che speduncolano nel vuoto, aggrappate tenacemente ai pochi centimetri di terra che le sostengono.
Vinto quel primo ostacolo la strada proseguì poi agevolmente, tra rocce più abbordabili di scisti calcarei, fino a raggiungere la punta dei Pinzaroli, serpeggiando tra i fianchi delle propaggini del monte Fico per seguirne l’andamento tortuoso.
Ora facciamoci una bella passeggiata.
Partendo dalla Torre, incamminandoci tra la roccia nera accompagnati dallo sciabordio delle onde che si frangono sulle scogliere di hedembergite ai nostri piedi, dopo poche curve arriviamo alla Marina di Gennaro, una piccola spiaggia di ciottoli stretta tra un’alta rupe e gli scogli che portano all’Acquadolce, raggiungibile solo attraverso un ripido viottolo che scende tra agavi e canneti, che solo i riomarinesi e i turisti con le gambe buone e il fiato lungo si possono permettere, specie al ritorno … Però, arrivati alla spiaggetta, si è ripagati da un mare cristallino e da un senso di pace, così raro e prezioso per questa vita diventata fracassona e frenetica.
Risalendo sulla strada e proseguendo tra lentischi profumati, poco prima della curva di Calabarroccia si arriva davanti a una bella e solida casa bianca già appartenuta negli anni ’30 al commerciante di stoffe Cohen ed ora ai Salvini che, con il quotidiano lavoro di un capace rumeno, hanno ripristinato le vecchie piane che digradano vergo il mare, facendo piantare aranci e siepi di oleandro, creando un ordinato ma scenografico scorcio.
Più avanti camminando tra vecchie casette riattate più o meno di recente, c’è un piccolo promontorio scosceso sul mare e cosparso di macchia, alberi da frutto e villette seminascoste tra alti eucalipti alle quali si arriva da viottoli antichi, tra muri a secco e siepi di pitosforo e alloro.
Uno dei sentieri scende all’Acquadolce dove, tra scogli e canneti, sgorga da sempre un rivolo di acqua freschissima. Poco sopra l’Acquadolce si trovano le due ville che l’On. Erisia Gennai Tonietti, all’epoca sindaco di Rio Marina, fece costruire tra gli anni ’50 e ’60. Ora, il panorama, lungo la strada che prosegue verso la cala di Luisi d’Angelo, è fitto di mandorli, fichi e fichi d’india che col tempo hanno tappezzato i declivi incolti, dove una volta erano le vigne, e predominano i verdi cisti, che a maggio si ricoprono di fiori bianchi e rosa, e i giunchi che svettano leggeri.
All’improvviso ecco una curva stretta e finalmente la macchia di lecci scuri e querce, che dalle colline scende fino alle scogliere quasi a sfiorare il mare e appena sotto strada, sovrastata da un enorme pino marittimo, c’è la villa che fu di Ernesto Giannoni, un’altra di quelle vecchie case costruite con materiali solidi e duraturi da dove un viottolo immerso tra gli alberi porta alla spiaggetta di Luisi d’Angelo, un po’ fuori mano e di conseguenza poco frequentata.
Ma qui, tanti anni fa, noi ragazzi andavamo a pescare con lo “specchio” e immersi per ore nell’acqua fino alle ginocchia, calavamo le nostre esche alle perchie, ai burlagi, ai coloratissimi tordi che le nostre mamme trasformavano in sostanziosi brodini o zuppette. Bei tempi, quando tutto era una scoperta e un’emozione, e quando le susine cosce di monaca gialleggiavano negli orti lungo la strada, dolci e saporite, irresistibilmente invitanti al piccolo furto … poi scappavamo ansimanti, come se avessimo svaligiato una banca! E la strada prosegue, tra curve ed anfratti, con gli alberi che formano una volta scura quasi a volerla nascondere e proteggere, dove il sole penetra a fatica qua e là con bagliori gialli e arancio che colorano il fondo sterrato.
Sopra e sotto strada le poche case si intravedono appena, ma la villa dei Casati si fa notare perché è la costruzione più bella di tutta la costa: un elegante cubo di pietra alleggerito da lesene e modanature come sapevano farle i “mastri” muratori di una volta e dove, sulla splendida terrazza prospiciente al canale, la maestra Pasquina trascorreva l’estate elargendo le proprie saggezze a chi l’andava a trovare. Qualche anno fa alla villa è stato aggiunto un bel porticato e l’intonaco, da celeste che era, è diventato di un bel raosa antico. Anche da questa casa si poteva scendere, previo permesso, a Luisi d’Angelo. Proseguiamo ancora per qualche decina di metri e, passando sotto la casa dei Faggioni, si arriva in vista del Porticciolo, una piccola cala riparata dallo scirocco e dal mezzogiorno dove c’è una spiaggia ombrosa di lecci e tamerici.
Osservando dall’alto, vicini ad una villetta di nuova costruzione che ha il privilegio di spaziare su tanta bellezza, vediamo il mare che traspare sui “chiaroscuri” delle alghe e dei ciottoli e, riflessa tutto intorno, la chioma del bosco che lambisce gli scogli aguzzi dei Pinzaroli dove bianca e solitaria sta la casa che era una volta di Ovidio Guidetti.
Oltrepassando una stretta curva, da dove si diparte la comoda strada che scende alla villa dei Carletti, si giunge agli imbocchi di due viottoli: uno scende alla spiaggia a l’altro sale, zigzagando per la collina fino a raggiungere il Grottarione dove, incastonata tra due grandi palme, c’è la casa che fu di Amilcare Taddei, sindaco di Rio Marina nei primi anni cinquanta. Qui, quand’ero ragazzo, con la mia famiglia passavamo le estati di quei favolosi anni, quando si popolavano anche le poche case vicine e la collina diventava una piccola comunità fatta di voci, di andirivieni, di volti che sono scomparsi piano piano nel tempo: Aldina la Ceragioli che ci imprestava un po’ di sale, Roberto Onetto che discuteva con Amilcare di botti e tinelli da preparare per la vendemmia ormai prossima e Peppa Candellini, dalla voce inconfondibile, che dalla casa più in alto sulla collina chiamava squarciagola il nipote Elbano …
Abbandonando queste nostalgiche divagazioni torniamo giù sulla strada, da dove si imbocca il viottolo che porta alla spiaggia del Porticciolo. Per un buon tratto si percorre agevolmente su comodi gradini e via via che si scende, tra lecci secolari ed imponenti, si intravedono sulla destra le vecchie ville terrazzate che sovrastano le casette più modeste sparse qua e là, ma poi, in vicinanza della spiaggia, il viottolo si restringe diventando più scosceso e, da un improvviso diradamento del bosco, appaiono i primi ciottoli e il mare.
La spiaggia, che per tante estati del dopoguerra è stata meta domenicale di tutte le famiglie riomarinesi attrezzate di barche a remi, è piccola ma ricca di fascino, caratterizzata da un inconfondibile scoglio, a forma di fungo, che si staglia alto sul mare. In questi ultimi anni è stata scoperta e frequentata anche dal turismo di massa. Dopo il Porticciolo la strada prosegue verso sud, oltrepassando un sito minerario, ora recintato, dove venne trovato un giacimento di cristalli di prasio, un bellissimo quarzo verde lattiginoso; poi la parte carrabile è interrotta all’improvviso da una barriera di grosse pietre.
Da lì proseguiva un antico viottolo, diventato ormai impraticabile, che tra la macchia portava fino alla spiaggia di Ortano. Solo da poco ilo sentiero è stato ripulito, allargato e reso transitabile a piedi percorrendolo, tra rocce di serpentino grigioverde, piante di corbezzoli e scope, si scoprono nuovi panorami che spaziano fino all’isolotto di Ortano, alla punta delle Cannelle, all’estremo sud di Punta Calamita.
In basso, il mare crea fragorose risacche di onde contro le maestose scogliere dove c’è la piccola statua della Madonnella. Per chi ha coraggio e polmoni un altro stradello si inerpica, con tornati mozzafiato, fino a raggiungere la sommità della collina e il vecchio semaforo, che fu anche postazione armata durante l’ultima guerra, e da lì sopra, dopo essersi seduti per riprendere fiato, si abbraccia tutta la costa orientale fino a Capo Pero, il continente e naturalmente il mare, tanto mare che più blu non si può.