Cento giorni a Rio Castello

Carlo Angelini, originario della terraferma, è stato per cento giorni Segretario del Comune di Rio nella seconda metà dell’Ottocento; altri dati biografici si ignorano. Il testo qui presentato è il risultato di questa breve, ma significativa esperienza elbana, pubblicato nel 1879 a Livorno, nello Stabilimento Tipografico Letterario di Giuseppe Meucchi.

In questi dì la campana della chiesa rintocca melanconicamente, e annunzia che tutto muore fra noi, dispone l’anima alla calma mesta e serena, pur troppo rara nel frastuono quotidiano delle nostre grandi ed allegre città. Anch’io ho la mia povera morta al cimitero; anch’io ho la mia povera mamma che di sotto alle zolle deserte di Salviano mi parla sempre del suo tanto amore per me: e se non mi è piaciuto entrar nelle botteghe a comprar lacrime di vetro da quaranta centesimi la dozzina, né ghirlande belle e fatte che preghino pace «a ma mère» ho pensato invece di raccontare alla mia buona mamma ciò ch’io vidi e imparai nei cento giorni che ultimamente ho passati nel modesto ma grazioso paese che fu battezzato col nome di Rio nell’Elba.

Quei cento giorni non furono punto uguali a quelli di Napoleone; a Lui era ispiratrice l’ambizione, a me la costanza che mi son fatta sinonimo di affetti.

Fui lassù Segretario del Comune, o per dir meglio, dell’ottimo signor Dott. Ruggeri Buzzaglia, Delegato Straordinario; ma le lettrici non temano ch’io voglia qui ragionare di protocolli o di archivi: conosco il mondo un tantinello anch’io: omnia tempus habent.

Per chi non lo sapesse, io vuo’ dire solamente che Rio dell’Elba è tra i più antichi Comuni d’Italia; e ne fa fede la robusta tempra de’ suoi abitatori, che vanno in gloria se sventola dal Palazzo il loro bel gonfalone rosso, e quante volte Celestino, un donzello sveglio e svelto come un capriolo, dà di corda alla campana d’armi, che ora invita i Consiglieri a scrivere in bilancio la tassa sui cani e sulle vetture, mentre un tempo chiamava alla difesa quei fortissimi montanari.

view of rio

Chi muove da Portoferrario, o da Ferraja, come chiamano la loro capitale l’isolani, deve traversare il golfo, lungo il quale si stendono, quasi due braccia che vi chiamino a sé, le più ridenti colline e le terre più simpatiche che mai possano immaginarsi.

La traversata si fa a vela; ma se il tempo intristisce, è necessario ricorrere ai remi: allora bisogna raccomandarsi al marinaro perché vi dica qualcuna delle sue storielle predilette: io fra tutte preferivo la compagnia di Geppone. un pezzo d’uomo tarchiato e grosso quanto uno dei nostri quattro mori, ma con un cuore da isolano buono e schietto come il vino della sua vigna modesta. In che tuono, in qual chiave, in che ritmo cantasse il mio Geppone, io non so dire né saprebbero dire, radunati in concistoro, Carlini, Giannelli, Pratesi, Marcucci, e tutti i maestri maggiori e minori di Livorno e del mondo.

Ma il fatto sta ch’egli non intonava mai la storia della sua Parisina senza ch’io, dopo due o tre strofe, mi sentissi subito calar giù dagli occhi quattro bei goccioloni. – E badiamo, quel che io provavo lo provavan tutti: basti dire che ho veduto far l’occhino pio anche a un brigadierone dei reali carabinieri che di cotte e di crude ne aveva pur sentite parecchie in questo nostro mondo. La storia di Parisina raccontava li amori di una bella signora alta e snella con due occhioni neri come l’ebano; e quando Geppone la rappresentava di notte, col suo velo bianco in capo, illuminata dalla luna dar furtiva la mano all’amante riamato, il povero barcaiolo pareva più grande di Carlino Beaucardè, cui Dio serbi per lunghi anni alla delizia degli amici, e più artista di Mario Tiberini, che il cielo pietoso renderà presto alle gioie della sua brava e adorata famiglia.

Una sola cosa rattrista nel golfo di Portoferraio, il bagno, un fabbricato lungo lungo, bianco e triste come un certosino: ogni tanto una voce ardisce levarsi in forma di canto, ma la veste bigia della guardia carceraria ricorda a tutti che quello è il luogo del silenzio e del dolore: una mattina, se me ne ricordo un alito gelato mi penetra nelle ossa, in compagnia di due carissimi amici traversavo il golfo: erano le 3 e 1/2, e quando fummo presso la Linguella, un vecchio torrione che fa i pediluvi nel mare, udimmo il tetro rumore delle catene del galeotto, poi una voce come di tomba che cantava:

«O bella Napoli»

«O suol beato»

sull’aria della Santa Lucia, un po’ sciupicchiata per verità. – Era Passante, che dal fondo del carcere, certamente maledicendo al brutalissimo suo delitto, ripensava alla mamma, alla sorella, all’innamorata! Le poche case che stanno sulla spiaggia, dove per ordinario si approda, si chiamano I magazzini: è laggiù che si pigliano i cavalli per la salita così detta del Volterrajo; qui è tempo di far sapere a tutti che da Ferraja a Rio si può benissimo andare in carrozza. Noi altri mezzi poeti però non siamo così grulli da rinunziare alla gita di mare, né così splendidi da fare a cavallo una salita che è tanto piacevole e pittoresca pedibus calcantibus, purché prima però, valendoci dei famosi tre asterischi, sieno state rafforzate le gambe con un buon bicchier d’Ansora.

* * *

Se andiamo di questo passo, in un’oretta e mezzo saremo a Rio, perché non tutti hanno la robustezza del mio ottimo Dottore Ilario Mazzoni, un uomo che le razze antiche hanno lasciato tra noi, come, per nostro ammaestramento, noi conserviamo nell’armeria di Torino le lance e le corazze degli avi, e nel Museo di Firenze la spada di Dante da Castiglione, la quale, forse, oggi solleverebbero a stento due corazzieri di Sua Maestà. Il Mazzoni fa la sua gita in cinquantacinque minuti; e ne ho veduti ben io dei Riesi grandi e grossi lasciati a mezza strada e con tanto di lingua fuori dal mio buon amico, che pure ha cinquant’anni, tre campagne e non so quanti mesi di carcere politico sulle larghe e pelosissime spalle.

Le terre che noi traversiamo sono tra le più belle dell’Isola, e sopra tutte, come gigante immenso, sta signore minaccioso il castello, che vogliono si chiami Volterrajo dai Volterrani che lo rizzaron lassù per aria, e dove rinchiudevano le loro ricchezze. Ora invece un buon possidente ci serra le sue pecore; tant’è vero che tutto il mondo è paese, né soltanto a Roma i Fòri gloriosi si mutano in campi vaccini. – Quel castellone, ora un po’ dirupato, s’affaccia come un rimprovero dei fortissimi tempi perduti alla nostra epoca di mezzalana, e non c’è forestiero di qualche coltura che, giunto a Portoferraio, tralasci di salir su al Volterrajo; dove anzi la fama giura e pretende abbia con una punta di ferro scolpito il proprio nome Napoleone I, che ai solenni silenzi del romito castello avrà chiesto nuove forze per le venture battaglie.

Laggiù dentro c’era anche una chiesetta, modernissima, di fronte alle antiche mura del colosso, ma ora la capra ci rumina tranquilla il trifoglio, e nessuno ricorda più il povero fraticello che vi avrà cantato le glorie della Vergine del Cielo, sognando come Fra Benedetto del Graf,

«… una chioma inanellata e bionda»

«Un dolce sguardo, un volto sorridente»

Quante migliaia di persone ha veduto passarsi di sotto quel vecchio accigliato; e quante ancora ne vedrà passare, rimanendosene sempre muto e austero come un cosacco del Don, a mirar la sfilata dei Segretari Comunali e dei Delegati Straordinari, che minaccia di durar sempre per un altro po’ di tempo! Intanto, fra una riflessione e l’altra, guardate mo’ dove siamo giunti; ecco là Rio; vedete com’è nero? Non temete però, è il vero burbero benefico; si presenta come un sornioncello ruvido e minaccioso; par che abbia sempre i nervi; ma fateci conoscenza, e poi ne sono sicurissimo, accadrà a voi quello che a me, quando, per andarmene, bisognò che mi levassi una bella mattina alle 2, e via di rincorsa senza avere il coraggio di voltarmi indietro, sebbene mi chiamasse e mi facesse invito con le mani alzate il vecchio oste del paese, il famoso Tirinicchio, dal quale ci riposeremo adesso un momentino tanto per riprender fiato.

* * *

A Rio c’è una sola trattoria, e s’intitola Nazionale quantunque la governi un vecchio soldato leopoldino. Che uomo! Se non ha ancora ottant’anni, ci siamo però vicinissimi, eppure eccolo là sano e svelto come una lasca, e con un buon senso naturale da fare invidia a più d’un pezzo grosso; è il più forte giuocatore di bazzica che si conosca in paese, e dalla mattina alla sera non pensa che a due cose: far quattrini e fumar la pipa: e dei quattrini e del fumo ne ha già messi insieme parecchi.

Perché possiate intenderlo bene nel suo linguaggio, io vi dirò che delù in riese significa grullo, stupido o press’apoco; ricoverare, serbare, sciabatticare, impazzire a far ricerche, ecc. ecc.

Non voglio impancarmi a sputar sentenze filologiche, ma giacché ho in mente qualche altro vocabolo singolare lo scrivo, e lascio ai dotti la cura di interpretare le origini e le radici. – E seguito canduminato sta per condotto; capitojo, per intelligente; adducato, per educato; giambi per carezze; giambare, per far carezze; lolla, per melenso; le foglie interne dei cespi d’insalata si chiamano coroncelle, e il pomodoro pomata.

Mi attenderei a dare spiegazione del delù, ritenendolo una sincope della parola deluso; come a dire ingannato dalla natura, dall’intelletto: per giambi e per giambare potrebb’essere che la ragione etimologica stesse nella frase italiana: «dare il giambo» o anche nel fatto che le antichissime commedie greche erano scritte in versi giocosi che furon detti trimetri giambici. Che cosa vi pare? Per la voce pomata, aggiungerò che in Corsica pure sta in vece di pomidoro: io rimasi di pietra un giorno che avendo chiesto al mio Tirinicchio del buon stoccafisso, mi domandò se lo volevo con la pomata. Io sono anche farmacista!!

A Rio, come nei paesi delle nostre campagne pisane, la sera i maggiorenni si radunano sul sacrato, e lì discorrono delle cose pubbliche; e di quando in quando si beano nella musica della loro brava banda, un’eletta schiera di giovani, messi alla garibaldina, e diretti con tanto amore dal valentissimo maestro signor Marcucci.

C’è sulla piazza di Leonardi, un vecchio ufficiale, vero tipo d’isolano onesto e leale; e ci sono il Grifi tanto serio quanto è buono, il vispo Moneta, il Braschi, vivacissimo, il mio ottimo Carassale, il Giannelli, il Velez, Don Felice, Zi-Bebbe Gemelli, Bennato in berretta e lo Schezzini grasso come un beccafico, Pietrino il magro, il bravo Raffaelle Garbaglia e insomma, tutti i consiglieri del paese e tutti li uomini autorevoli, compreso il bravo Tito farmacista, che vede tutto nero, nonostante gli occhialoni celesti. Una volta c’era anche Don Pietro Cignoni, un parroco galantuomo; ora di lui non resta che il desiderio! O quel povero diavolo che è laggiù appoggiato al muricciolo, tutto lacero, tutto cencioso, e che ogni tanto manda fuori una vociaccia strana, rozza, come lo strido del falco? Quello è il povero Luigi Sciambere: ascoltatemi.

* * *

Quel povero diavolo, con la ciccia delle gambe che gli fa capolino a tutti i momenti dai furono pantaloni; con la barba incolta; con la faccia e le mani rosse dalla polvere delle cave del ferro; traballa ubriaco, e ogni tanto intona una sua canzone strana e mesta che nessuno comprende, ma che però fa accapponare la pelle a quanti l’odono.

Per lo più Luigi si sdraia nella notte lungo la via che conduce al Camposanto, e quando il gufo fa sentir la funebre vociaccia, il povero pazzo gli risponde con la lunga e monotona sua cantilena. Eppure quest’uomo, che ora è il divertimento dei ragazzi di Rio, non fu sempre così sudicio, non fu sempre così triste, né sempre andò per le vie barcollando dalla ubriachezza: i vecchi del paese lo ricordano che nessuno meglio di lui era lindo, e si può dire anche elegante, o, come aggiungeva Tirinicchio, cicche.

Perché l’azzimato Luigi si mutasse nell’ubriacone pezzente, nessuno sa ridire; c’è però chi giura che a Porto Longone egli s’innamorasse di una bellissima fanciulla; pare che la signorina non tirasse soltanto all’estetica e poiché Gigi a filussi non stava poi benone, un bel giorno l’ingrata firmò il contratto con un quattrinario e il povero tradito invece di cantare come il tenore della Lucia «maledetto sia l’istante» urlò la sua strana canzone, e da quel giorno non ebbe più pace.

Io l’ho veduto una sera, meco erano verso mezzanotte i miei amici Mazzoni, Baroni e Cignoni: girando per una viuzza buia buia, udimmo risuonare il canto del povero matto; pareva che quella voce fioca venisse su da una tomba. È Sciambere, dice uno de’ miei amici; e di fatto era lui: lo trovammo accoccolato in una specie di stanzuccia, solo solo, senza lume, senza nemmeno un po’ di paglia per istendercisi su: appena ci vide s’alzò, nascose un ritratto sudicio lercio da far paura, e poi dando in una risataccia sgangherata, riprese l’inno della sua miseria. – Noi restammo confusi, e quella sera, nel tornarcene a casa, non parlammo più tra di noi; quell’infelice, quella stanzuccia, quel canto strano, e più che altro il ritratto così gelosamente serbato, ci avevan commosso. Lo voglio dire a costo anche di far ridere la mia buona lettrice: io nella notte mi sognai Sciambere tre o quattro volte e fu disgrazia per mio povero donzello comunale che ci volle cavare il 12, il 33, il 45, dei quali naturalmente né meno uno fu tirato su dal bimbo di Montedomini nel cortile del palazzo non finito.

Ma la mia epopea con Gigi fu nelle ultime sere di Agosto, quando incontratolo giù alla Marina interruppi la sua canzone, cantandogli con l’istesso tono e con la sua medesima voce in versi arrabattati lì per lì, la vita passata e i bei tempi in cui Sciambere era l’idolo dei compagni e la delizia dei suoi ufficiali. Che momento pel povero pazzo! A un tratto, c’era anche l’amico Dottor Gavazzi; egli cessò di cantare; e poi che gli ebbi ricordato la sua mamma, eccitandolo a tornare al lavoro e alla vita sobria e civile, mi guardò fisso fisso, e dopo essersi asciugati li occhi con la manica della sua giacchettuccia strappata, mi afferrò per braccio dicendomi: «Ma chi sei tu che conosci tutte le mie cose? Chi sei tu che frughi così ne’ miei segreti?». Per quella sera Sciambere non cantò più; pianse, e zitto zitto andò a sdraiarsi nella sua tana: il giorno di poi parve meno ubriaco, e anche un po’ più ripulito: ora io l’ho lasciato, e di lui non ho più notizie; ma se tornerò a Rio, una delle mie prime visite sarà per la stanza deserta del matto, e se non ci fosse più, scenderò alla bella e ridente Marina, e chiedendone a tutti io lo ritroverò. – Oh se me lo rivedessi davanti bello e pulito cavatore come fu elegante e bravo soldato!

***

O quell’altro giovanotto robusto e moro come un africano? E Mortaletto, un disgraziato che sarà stupido in eterno e al quale non rimane nulla da sperare. Anche la sua è una storia pietosa, e io che butto giù come la traccia di un lavoretto a garbo, racconterò che nel 1855, quando infieriva la morìa del colera, il povero ragazzino (allora aveva appena sette anni) fu portato al Cimitero, e là con la mamma adorata lasciato nella stanza mortuaria. Lo credettero morto, com’era morta la povera donna. A una cert’ora della notte il ragazzino si destò dal letargo, e scotendo la madre, che secondo lui dormiva, domandava un po’ di pane. – «Ho fame, mammina; ho fame.» ma la buona donna non rispondeva. – «Perché non dici nulla al tuo bimbo?». E così di domanda in domanda, l’infelice si struggeva in pianto; e quando stendeva le manine intirizzite toccava il corpo freddo della mamma! Intanto venne l’alba, e il custode del Cimitero insieme con la sua figlioletta, vista la pietosissima scena, raccapezzarono un po’ di pane al meschinello e se lo portarono seco. – Egli ebbe da quel giorno il nome di Mortaletto, a significare come la morte abbia già avuto con lui qualche po’ di contatto.

Ora, quasi muto, è fatto insensibile al dolore come alla gioia; passa lunghe ore della mattina rannicchiato in una barca qui sulla riva del mare; e deve alla pietà di qualche guardia di finanza una camicia pulita e due o tre cenci per vestirsi. Talora gli passa vicino una fanciulla, e guardandolo si asciuga le lacrime dagli occhi neri come la notte: è la figliuola del custode del Cimitero: ella sa perché quel povero diavolo ha dato in ciampanelle; ella sa che lo stesso riso stupido che ora gli contorce le labbra, gliele muoveva quando chiamava e richiamava inutilmente la mamma morta.

Molti si burlano della buona giovinetta che nasconde nel suo velo bianco il volto lagrimoso; ma le mie lettrici, che son tanto gentili, ringraziano di cuore la ragazzina che, non vista e non compresa, butta un fiore nella barca dimenticata dove dorme Mortaletto l’orfanello. Si sciupano tanti fiori colle ballerine procaci e lussuriose.

* * *

Andiamo, ora, andiamo, che la via lunga ne sospinge se dovessi ricordare tutti i melanconici episodi del mio breve soggiorno a Rio, nonché i moltissimi amici miei, non basterebbe un volume, ho saltato Grassera o Grassoli, fondata dai Gracchi e distrutta poi dal terribile Barbarossa corsaro nel 1500; ho saltato le origini storiche di Rio Castello e la sua fondazione attribuita al regno di Tullo Ostilio; ho saltato il racconto del famoso quadro di Santa Caterina, un santuario posto là dove press’a poco era l’antica Grassera; e non ho raccontato che, come per la SS. Annunziata di Firenze, il buon pittore, addormentatosi, trovò che la santa s’era dipinta da sè la faccia casta e innamorata: non ho detto del povero Andrea, l’eremita lucchese che con otto o dieci lire, ad majore gloriam Ecclesiae, tira giù la tendina alla santa, e canta una salve regina, con meno garbo però di quello che ponesse a cantar meco un’ottava. Ma io non sono uno storico, e se mi capiterà, ci credo poco, di campar qualche anno, in vecchiaia, sulle faccende di Rio ci tornerò; la costanza, se pure l’amor proprio non m’inganna, è la mia virtù e la mia forza, ed io non chiedo di più.

Scriverò di Rio Marina presto, purché la gente non mi gridi di crucifige per questo bozzetto tirato giù proprio perché non abbia a dirsi che io son tanto baulaccio da correre il mondo con la semplice smania d’infilzarmi nel nastro del cappello il biglietto di seconda o di terza classe.

Se parlerò della Marina, dove conobbi tanti bravi signori, mi proverò a descrivere le Cave e la vita frugale e laboriosa che menano que’ poveri operai: per ora faccio punto, e mi licenzio ripetendo un’ottava che un Riese, vecchietto arzillo, fra un bicchiere e l’altro dirigeva alla sua moglie diletta in memoriam dei dolci amori passati:

Le chiaman tutti le stelle cadenti Perché vengono via dal loro posto, E tutte, tutte rilucenti,

Cercan la dama al punto più riposto. Guizzanti feste è proprio all’improvviso, Per baciare l’amante in mezzo al viso

O stella perché non sei caduta? Perché a baciarmi non sei venuta?

Saluto ora le meste colline di Rio Castello e le onde rossastre della Marina, e spero che, come io a loro. così que’ due buoni e gentili paesi serberanno a me affetto sincero e durevole. Io ci penserò sempre.

Carlo Angelini Livorno, 2 Novembre 1879

P.S.

Avevo già consegnato al gentile direttore della Margherita questo mio scrittarello e il valoroso tipografo Meucci era pronto sulla breccia per darmi una delle sue nitide edizioni quando l’amico mio Specos mi annunziò che, rovistando nell’archivio di Rio, aveva trovato come nel 1610 fosse stato Commissario Generale di quel paese, per conto del Principe di Piombino, un tal Pietro Angelini.

Io l’ho sempre detto che qualche vecchio legame mi stringeva al Municipio Elbano; il sangue non è acqua!

Tratto da “I Quaderni di S. Caterina” Rivista annuale di cultura diretta da Hans Georg Berger,

anno I, numero I, aprile 1990, Mediolanum Editori Associati

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